Roma: l’ambasciatore cinese protesta contro le sanzioni UE per lo Xinjiang

Pubblicato il 25 marzo 2021 alle 13:46 in Cina Italia

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L’ambasciatore cinese a Roma, Li Junhua, il 24 marzo, ha partecipato ad un incontro sulla presidenza italiana del G20 con la commissione affari esteri della Camera dei Deputati, presieduta da Piero Fassino. Durante l’incontro, Li ha affermato che i legislatori italiani dovrebbero recarsi in prima persona a visitare la regione autonoma uigura dello Xinjiang, in Cina, per controllare se la minoranza musulmana locale degli uiguri stia subendo veramente un “genocidio”. Nella stessa giornata, Li ha anche presentato le proprie rimostranze al Ministero degli Esteri italiano per le sanzioni adottate dall’Unione europea (UE) contro la Cina per la questione dello Xinjiang, ricevendo risposta dalla Farnesina il giorno dopo.

Parlando alla commissione affari esteri della Camera dei Deputati, l’ambasciatore Li ha invitato i legislatori italiani ad andare nello Xinjiang, per vedere la realtà e capire se sia veramente in atto un genocidio e se gli uiguri abbiano subito o meno tale trattamento negli ultimi vent’anni. “Quando vorrete andare non dovrete fare altro che farmelo sapere e dirlo all’ambasciata, così che possiamo organizzare il tutto” ha aggiunto il diplomatico cinese.  

Le affermazioni dell’ambasciatore del governo di Pechino a Roma si sono collocate in un momento di crescenti tensioni tra più Paesi occidentali e la Cina in merito alla questione dei diritti umani nello Xinjiang. Lo scorso 22 marzo, l’Unione europea (UE) ha deciso di imporre sanzioni contro quattro soggetti ed un’entità cinesi, in relazione ad accuse di violazioni dei diritti umani nella regione cinese dello Xinjiang. In risposta, Pechino ha sanzionato 10 individui e 4 istituzioni europei, nella stessa giornata. Alle sanzioni europee se ne sono poi aggiunte delle altre da parte del Regno Unito, del Canada e degli USA.

In merito a tali vicende, il 24 marzo, l’ambasciatore cinese a Roma ha affermato che l’UE ha utilizzato come pretesto la cosiddetta questione dei diritti umani nello Xinjiang per adottare sanzioni unilaterali contro la Cina e, in merito a questa vicenda, ha presentato rimostranze formali al Ministero degli Esteri italiano. Li ha affermato che l’UE si sia basata su informazioni false e bugie di “pochi elementi anti-cinesi”, ignorando i fatti, “invertendo il bianco e il nero” e interferendo negli affari interni della Cina. Bruxelles avrebbe così infranto la legge internazionale e i principi delle relazioni tra Paesi, danneggiando gravemente i rapporti sino-europei. Li ha quindi ribadito l’opposizione e la condanna della Cina e ha invitato l’UE a rivedere le proprie azioni.

Il 25 marzo, la vice ministra degli Esteri italiana, Marina Sereni, ha quindi risposto all’ambasciatore Li affermando: “L’Italia ribadisce la propria irremovibile posizione a tutela dei diritti umani e delle libertà fondamentali ed esprime solidarietà nei confronti dei Parlamentari, accademici, think tank e funzionari europei colpiti dalle sanzioni cinesi”.

Secondo Paesi per lo più occidentali, la Cina avrebbe perpetrato violazioni dei diritti umani della minoranza turcofona e musulmana degli uiguri, e non solo, nella regione dello Xinjiang, adottando politiche di repressione nei loro confronti che prevedono anche i lavori forzati. In base a stime di Human Rights Watch (HRW), poi, Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in campi rieducativi, avrebbe causato scomparse, torturato gli uiguri in custodia delle proprie autorità e portato avanti processi poi conclusi in sentenze di morte. Alcuni gruppi di attivisti hanno affermato che Pechino stia cercando di indottrinare gli uiguri con l’ideologia comunista facendoli rinunciare alle tradizioni islamiche, per cancellarne la cultura e l’identità. Tutte tali accuse sono culminate lo scorso 19 gennaio, quando Washington ha accusato Pechino di genocidio e crimini contro l’umanità per il trattamento riservato agli uiguri e ad altre minoranze dello Xinjiang. Gli USA hanno adottato varie sanzioni contro soggetti cinesi, da aziende a politici.

Il governo di Pechino, però, ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nel Xinjiang sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nel Xinjiang. In particolare, per Pechino, tra gli uiguri vi sarebbero dei militanti coinvolti nell’organizzazione terroristica East Turkestan Islamic Movement (ETIM), fondata nel 1993 da gruppi di jihadisti di etnia uigura provenienti proprio dalla regione autonoma cinese del Xinjiang, il cui obiettivo sarebbe quello di istituire uno Stato islamico indipendente nel Turkestan dell’Est, termine utilizzato oggi dai separatisti per riferirsi al Xinjiang.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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