Gli Emirati si propongono di mediare nelle dispute tra Etiopia e Sudan, Khartoum accetta

Pubblicato il 24 marzo 2021 alle 19:35 in Emirati Arabi Uniti Etiopia Sudan

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Il governo di transizione del Sudan ha appoggiato la proposta degli Emirati Arabi Uniti di mediare in una disputa di confine con l’Etiopia e nei negoziati sul funzionamento della grande diga africana, in costruzione sul fiume Nilo Azzurro.

Le tensioni sul controllo dei terreni agricoli nella regione di al-Fashaqa, al confine tra l’Etiopia e il Sudan, si sono intensificate negli ultimi mesi. Al contempo, i colloqui sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), il progetto idroelettrico destinato a influenzare il volume delle acque a valle del Nilo, in Sudan e in Egitto, sono in una fase di stallo. Queste e altre questioni rischiano di far collassare i rapporti tra Khartoum e Addis Abeba. 

Il ministro dell’Informazione del Sudan, Hamza Baloul, ha dichiarato, martedì 23 marzo, che il governo ha appoggiato la proposta di mediazione emiratina, dopo averla attentamente valutata a livello ministeriale. Questo passo in avanti è avvenuto dopo che il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha affermato, nella stessa giornata di martedì, che il suo Paese non intende ingaggiare una guerra con il Sudan, ma vuole risolvere pacificamente le tensioni su al-Fashaqa e sulla GERD. Abiy, che è già alle prese con alcuni conflitti interni all’Etiopia, come quello nella regione del Tigray, ha detto che la nazione “non è pronta per la battaglia”. “Il Sudan, nel suo stato attuale, non ha le capacità per combattere con un Paese vicino, ha molti problemi. Anche l’Etiopia ha diverse difficoltà. Non abbiamo bisogno della guerra. È meglio risolvere le cose in modo pacifico”, ha dichiarato il premier etiope. 

La pianura di al-Fashaqa è un territorio che il Sudan considera sotto la propria giurisdizione ma dove gli agricoltori della regione etiope di Amhara rivendicano i propri diritti. Per settimane, a novembre dello scorso anno, le forze etiopi e quelle sudanesi si sono scontrate nella regione. Le tensioni si sono acuite dopo lo scoppio del conflitto nello Stato settentrionale del Tigray, in Etiopia, il 4 novembre, quando le forze del governo locale sono insorte contro quelle del governo federale, guidato dal primo ministro Abiy Ahmed. Dopo che le truppe etiopi hanno lasciato la regione di confine per combattere nel Tigray, sia le forze sudanesi che le milizie di etnia Amhara si sono mobilitate ad Al-Fashqa riprendendo i combattimenti che erano rimasti in sospeso da diversi mesi. Lo Stato di Amhara rivendica parti della regione che Khartoum ritiene si trovi all’interno dei propri confini in virtù di trattati di epoca coloniale risalenti al 1902. Il Sudan ha storicamente consentito agli agricoltori dell’Amhara di vivere e lavorare nella zona in cambio del pagamento di tasse al governo di Khartoum.

Secondo il governo etiope, l’esercito sudanese aveva iniziato a condurre attacchi lungo il confine dal 9 novembre scorso, durante la tradizionale stagione del raccolto per gli agricoltori dello Stato di Amhara che si contendono la terra con i pastori nomadi sudanesi. In base alle dichiarazioni di Addis Abeba, diversi civili sarebbero stati uccisi o feriti, i prodotti agricoli degli etiopi sarebbero stati distrutti e le loro proprietà sarebbero state vandalizzate. Al contempo, il Sudan aveva invece denunciato l’uccisione di 4 soldati e il ferimento di altre 20 persone in quello che era stato definito “un agguato” delle forze etiopi e delle loro milizie “all’interno dei confini sudanesi”. Dopo gli scontri nel Tigray, il Sudan ha dispiegato i suoi militari nell’area, ma Addis Abeba ha accusato Khartoum di aver approfittato del momento per interferire nell’area ai danni del governo etiope. Da allora, l’Etiopia ha chiesto alle truppe sudanesi di ritirarsi prima di iniziare qualsiasi negoziato. Un primo colloquio c’era stato il 22 dicembre, quando i due Paesi avevano cominciato a discutere della questione relativa alla demarcazione del proprio confine condiviso. L’incontro, tuttavia, non aveva prodotto alcun risultato significativo. 

Per quanto riguarda la GERD, invece, questo rappresenta un progetto idroelettrico destinato a diventare uno dei più grandi del continente africano. La sua costruzione, tuttavia, è motivo di scontro tra i Paesi che ne sono coinvolti, ovvero Sudan, Egitto ed Etiopia. I tre Stati non riescono a trovare un accordo sul riempimento e sul funzionamento della diga. La controversia riguarda soprattutto il Cairo e Addis Abeba. Quest’ultima ha avviato la realizzazione dell’opera nel 2011, ma, da quel momento, varie battute di arresto ne hanno rallentato la costruzione. L’Egitto ha sempre mostrato grande preoccupazione in merito. La posizione del Cairo è quella di assicurarsi che la costruzione della GERD non causi danni significativi ai Paesi situati a valle e che il suo riempimento avvenga in maniera graduale, così da non ridurre drasticamente il livello del fiume. Per l’Etiopia, invece, i serbatoi vanno riempiti subito, durante la stagione delle piogge, e, secondo Addis Abeba, il progetto idroelettrico sarà essenziale non solo per sostenere la sua economia, in rapida crescita, ma anche per favorire lo sviluppo di tutta la regione.

L’Etiopia ha iniziato a riempire il serbatoio della diga lo scorso anno dopo che i tre Paesi non sono riusciti a concludere un accordo legalmente vincolante sul suo funzionamento. I funzionari etiopi sperano che il progetto, ora completo per più di tre quarti, raggiunga la piena capacità di generazione di energia nel 2023. Il Sudan, tuttavia, è preoccupato che l’opera possa aumentare il rischio di inondazioni e compromettere il funzionamento delle sue dighe sul fiume Nilo. Il governo di Khartoum afferma che almeno 20 milioni di persone, più della metà della popolazione del Paese, potrebbero essere colpite se l’Etiopia riempisse e gestisse la diga senza coordinarsi con le altre parti interessate. Nel frattempo, l’Egitto ha definito la diga una minaccia esistenziale perché teme di ridurre le sue quote idriche. Il Paese, che ospita oltre 100 milioni di persone e ha scarse riserve di acqua, fa affidamento quasi interamente sul fiume Nilo. 

Il 17 marzo, il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, aveva inviato una richiesta formale all’Unione Africana, alle Nazioni Unite, all’Unione Europea e agli Stati Uniti per invitarle a mediare nella disputa sulla Grand Ethiopian Renaissance Dam. Khartoum aveva già lanciato l’idea di una mediazione guidata dal quartetto internazionale a fine febbraio e lo stesso Egitto si era schierato a favore dell’iniziativa. L’Etiopia, tuttavia, ha più volte rifiutato le richieste sudanesi affermando di riconoscere solo il ruolo dell’Unione Africana, che ha già preso parte alle trattative in corso. 

La costruzione del più grande sistema idroelettrico africano, dal costo di circa 4,6 miliardi di dollari, dovrebbe generare più di 6.000 megawatt di elettricità. A gennaio, il Ministero dell’Acqua e dell’Energia etiope aveva garantito che, nonostante gli ultimi ritardi e le trattative in sospeso, la diga avrebbe cominciato la sua produzione a fine 2020 e sarebbe diventata pienamente operativa nel 2022. Si pensa che la diga, una volta terminata, renderà l’Etiopia uno dei principali produttori di energia della regione dell’Africa orientale. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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