Myanmar: la giunta militare coopera con 5 Paesi e riceve sanzioni UE

Pubblicato il 23 marzo 2021 alle 17:21 in Europa Myanmar

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La giunta militare al potere in Myanmar dallo scorso primo febbraio ha affermato, il 23 marzo, che sta cooperando con cinque Paesi vicini, uno tra i quali è la Cina. Intanto, il giorno prima, l’Unione europea (UE) ha imposto sanzioni contro individui e istituzioni locali in risposta al colpo di Stato del primo febbraio scorso e alla repressione violenta delle proteste in corso nel Paese.

Il portavoce della giunta militare del Myanmar, Zaw Min Tun, ha affermato di rispettare le posizioni espresse dai cinque Paesi in questione che non sono stati, però, indicati ad eccezione della Cina. Con quest’ultima, la giunta ha affermato di avere legami amichevoli, aggiungendo che spera di continuare ad avere buoni rapporti anche con la comunità internazionale. L’Esercito Birmano ha poi chiarito di avere la stessa attitudine anche nei confronti di qualsiasi Paese che rispetti la stabilità del Myanmar.

Parlando delle proteste che sono in corso in tutto il territorio nazionale, poi, il portavoce della giunta militare birmana ha affermato che, pur essendo rattristato dalla morte di connazionali che erano “terroristi violenti” durante la repressione del movimento, le autorità continueranno ad impedire “l’anarchia”.

In Myanmar, dallo scorso 6 febbraio, sono ancora in corso proteste contro la giunta militare che sono spesso sfociate in violenza, con la polizia che ha sparato sui manifestanti e che ha impiegato altre forme di contrasto, quali proiettili di gomma, granate stordenti e cannoni ad acqua. Ad oggi, sarebbero state più di 260 le persone che hanno perso la vita in tale contesto, secondo dati rilasciati dall’organizzazione Assistance Association for Political Prisoners, mentre per la giunta militare sarebbero 164. Ciò nonostante, i manifestanti stanno continuando a portare avanti il movimento.  

Proprio in risposta alla repressione violenta delle manifestazioni, i membri dell’Unione europea (UE) hanno imposto sanzioni contro 11 individui e alcuni gruppi birmani legati al colpo di Stato del primo febbraio e alle violenze tutt’ora in corso. Tra essi figura l’attuale leader della giunta, il generale Min Aung Hlaing, già colpito da sanzioni statunitensi. Le ultime misure di Bruxelles andranno ad aggiungersi ad un embargo sulle armi che l’UE aveva imposto sul Myanmar nel 2018 e a sanzioni introdotte nello stesso anno. Tuttavia, l’Esercito birmano non ha ancora risposto a tale iniziativa europea, né alle misure di contrasto adottate da altri Paesi.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi. 

A livello internazionale, più Paesi, compresi quelli del G7, hanno condannato i fatti e alcuni hanno adottato misure punitive. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con la giunta militare, così come la Corea del Sud, mentre, gli USA, il Canada, il Regno Unito e l’UE hanno adottato sanzioni.

Da parte sua, la Cina ha finora incoraggiato una soluzione negoziata tra le parti interne al Myanmar e non ha accettato le richieste degli USA di condannare e sanzionare l’Esercito del Myanmar. Tuttavia, dopo che alcune aziende di proprietà cinese a Yangon sono state vandalizzate e date alle fiamme, nella sera del 14 marzo scorso, Pechino aveva chiesto l’intervento delle autorità per impedire il ripetersi di qualsiasi violenza. La giunta militare al potere aveva quindi imposto la legge marziale totale in alcune aree di Yangon.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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