Libano: il caso dell’attivista Lokman è ancora irrisolto

Pubblicato il 23 marzo 2021 alle 17:16 in Libano Medio Oriente

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Dopo più di quaranta giorni dall’assassinio dell’attivista libanese, Lokman Slim, ritrovato morto il 4 febbraio, le indagini non hanno ancora portato a risultati significativi. Esperti delle Nazioni Unite hanno esortato il governo di Beirut a condurre un’indagine “attendibile”.

Lokman Slim, un attivista definito “anti-Hezbollah”, era stato trovato morto, all’interno della sua auto, il 4 febbraio, dopo essere stato sparato da cinque proiettili, di cui quattro alla testa. L’uomo era scomparso il giorno precedente, il 3 febbraio, quando si era recato nel Sud del Libano per fare visita a un amico. Poi, dopo essersi messo in auto sulla strada del ritorno verso Beirut, la famiglia non ha più avuto sue notizie. L’auto con il cadavere di Lokman è stata ritrovata a circa 70 km a Sud della capitale, nel distretto di Zahrani, in un’area controllata di fatto da Hezbollah. L’assassinio ha ricevuto ampia eco all’interno del Paese mediorientale, definitosi sotto shock per la perdita di una figura di spicco nell’ambito dell’attivismo civile, in quanto difensore di principi quali cittadinanza, pari opportunità e uguaglianza.

Sono in molti ad aver accusato Hezbollah dell’omicidio di Lokman, sebbene il partito sciita abbia negato sin da subito un proprio coinvolgimento. Nel frattempo, sono state avviate indagini, ma, a più di quaranta giorni dall’accaduto, queste non hanno ancora portato ad alcun risultato. In tale quadro, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, il 22 marzo, mettendo in dubbio l’efficacia delle ricerche condotte, ha rilasciato un comunicato in cui ha invitato il governo libanese a impegnarsi concretamente per indagare sull’uccisione “brutale” di un intellettuale così rilevante. Nello specifico, Beirut è stata chiamata ad adottare misure che garantiscano imparzialità e indipendenza, oltre ad assicurare che i responsabili vengano portati davanti alla giustizia, magari anche con l’intervento di esperti internazionali, al fine di evitare che il sistema giuridico nazionale venga compromesso.

Poco prima della sua uccisione, Lokman aveva parlato dell’incidente del 4 agosto presso il porto di Beirut, definendolo un “crimine di guerra”, e si era chiesto come e perché le sostanze chimiche alla base dell’esplosione fossero state trasportate nella capitale. Alla luce di ciò, secondo gli esperti onusiani, la relazione tra l’attivista e l’incidente del 4 agosto dovrebbe essere “indagata a fondo”. Al contempo, è stato evidenziamo come l’omicidio sia stato preceduto da ripetute intimidazioni, molestie e minacce, verso cui Slim aveva chiesto protezione. Motivo per cui, non è da escludersi il coinvolgimento dello Stato libanese, il quale aveva l’obbligo di garantire la sicurezza dell’attivista e il suo “diritto alla vita”.

Secondo gli esperti dell’Onu, l’uccisione di Slim potrebbe essere collegata al suo attivismo civile, ma potrebbe altresì indicare un “declino dello spazio civico libanese”, come testimoniato dall’ondata di arresti, intimidazioni, minacce e violenze contro difensori dei diritti umani, giornalisti e attivisti. Per le Nazioni Unite, nel caso in cui il caso non venga risolto, si potrebbero avere conseguenze negative per la libertà di espressione in Libano.

Fonti giudiziarie libanesi hanno rivelato che, fino ad ora, sono circa 20 le persone sottoposte a interrogatorio per l’assassinio di Slim, ma in nessun caso sono stati emessi mandati di arresto. Per la moglie dell’attivista, Monika Borgmann, la dichiarazione degli esperti delle Nazioni Unite rappresenta una “piccola vittoria”, oltre che un primo passo. La donna, già in precedenza, ha manifestato la propria mancanza di fiducia verso le autorità libanesi, chiedendo indagini internazionali. Inoltre, è stata la stessa Borgmann, in occasione dell’annuncio della Lokman Slim Foundation, ad affermare che sono state circa 112 le persone assassinate in Libano senza che le indagini abbiano portato a risultati.

L’omicidio di Lokman ha richiamato l’attenzione verso diversi episodi simili che hanno visto protagoniste voci di dissenso che si opponevano al ruolo di Hezbollah e della Siria in Libano. Il primo ottobre 2004, l’esplosione di un’autobomba ha colpito il corteo in cui viaggiava Marwan Hamadeh, un politico e giornalista libanese contrario alla presenza di Damasco in Libano, precedentemente riluttante a concedere al presidente filosiriano, Emile Lahoud, una proroga di tre anni del suo mandato. A seguito dell’esplosione, Hamadeh è rimasto ferito, mentre il suo autista e la guardia del corpo sono stati uccisi.

Poi, il 14 febbraio 2005, l’ex primo ministro Rafiq Hariri è stato assassinato quando un attentatore ha fatto esplodere un furgone con esplosivi vicino al suo convoglio a Beirut. L’attacco ha ucciso 21 civili e causato il ferimento di altre 226 persone. Il Tribunale speciale per il Libano, il 18 agosto 2020, ha condannato Salim Ayyash, un agente di Hezbollah di medio livello, per il crimine. Anche in precedenza, le accuse sono spesso ricadute sulla Siria e su Hezbollah. Tuttavia, a detta del Tribunale, non vi sono prove sufficienti che attestino un loro coinvolgimento, sebbene i giudici siano del parere che Damasco ed Hezbollah possano aver avuto motivi per eliminare il sunnita Hariri e alcuni dei suoi alleati politici.

Sempre nel 2005, il 2 giugno, un’autobomba a Beirut ha ucciso Samir Kassir, un giornalista e figura dell’opposizione, anch’egli critico della presenza siriana in Libano. Nello stesso mese, una bomba ha causato la morte di George Hawi, ex segretario generale del Partito comunista libanese. Nel medesimo anno, si ricorda altresì la morte di Gebran Tueni, un critico della Siria, ex parlamentare e figura di spicco nel movimento del 14 marzo, ucciso dall’esplosione di un’autobomba.

Due deputati “anti-siriani” Walid Eido e Antoine Ghanem sono poi rimasti uccisi, rispettivamente il 13 giugno e il 19 settembre 2007, a pochi giorni dalle elezioni presidenziali in programma per il 25 settembre. Il 25 gennaio 2008, poi, un’autobomba ha provocato la morte di Wissam Eid, uno dei massimi investigatori di terrorismo in Libano, che aveva altresì svolto un ruolo cruciale nella raccolta di prove sull’uccisione di Hariri. Successivamente, è stato il turno di Wissam Al Hassan, ucciso il 19 ottobre 2012, dopo aver guidato le forze di sicurezza interna dei servizi di intelligence, il quale aveva condotto indagini sul presunto coinvolgimento di Hezbollah nell’omicidio di Hariri. Infine, il 27 dicembre 2013, un consigliere di Saad Hariri, Mohamad Chatah, è morto a seguito dell’esplosione di un’autobomba. Anche Chatah era noto per la sua opposizione al presidente siriano, Bashar al-Assad, e ad Hezbollah.  

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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