Etiopia: primo ministro ammette la presenza di truppe eritree in Tigray

Pubblicato il 23 marzo 2021 alle 17:34 in Eritrea Etiopia

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Il primo ministro etiope, Abiy Ahmed, ha ammesso il fatto che le truppe eritree sono state presenti durante il conflitto nella regione settentrionale del Tigray, suggerendo che potrebbero essere state coinvolte in abusi contro i civili.

Stando a quanto riferito da Al Jazeera English, Abiy ha dichiarato che le truppe eritree sono entrate nella regione di conflitto, oltrepassando il confine tra l’Etiopia e l’Eritrea, perché temevano di essere attaccate dalle forze del Tigray, aggiungendo che gli eritrei avevano promesso di andarsene quando l’esercito etiope fosse riuscito a controllare la zona. L’ammissione è arrivata dopo mesi di smentite sia da Addis Abeba, sia da Asmara, secondo cui le forze eritree ed etiopi non sarebbero coinvolte nei massacri, negli abusi di diritti umani e nei crimini di guerra che sono avvenuti in Tigray nei mesi scorsi.

 In un lungo discorso al parlamento, Abiy ha dichiarato che “il popolo e il Governo eritreo hanno fatto un favore ai nostri soldati durante il conflitto”, senza fornire ulteriori dettagli. Ha poi continuato affermando: “Nonostante ciò, dopo che l’esercito eritreo ha attraversato il confine, qualsiasi danno che abbia fatto al nostro popolo è inaccettabile. Non lo accettiamo perché è l’esercito eritreo, e non lo accetteremmo se fossero i nostri soldati. La campagna militare era contro i nostri nemici chiaramente mirati, non contro il popolo. Ne abbiamo discusso quattro o cinque volte con il governo eritreo”. È la prima volta che Abiy sembra riconoscere che gravi crimini hanno avuto luogo nel Tigray, dove vivono 6milioni di persone.

In merito alle accuse dei massacri e degli abusi dei diritti umani, Abiy ha dichiarato che senza dubbio saranno puniti i responsabili, tuttavia, ha citato la “propaganda di esagerazione” del Tigray People’s Liberation Front (TPLF), il partito contro cui è stata mirata l’offensiva del Governo federale nel Tigray.

Abiy ha accusato i leader della regione in conflitto “tamburellare una narrazione di guerra”, mentre “il Paese ha affrontato altre grandi sfide come la pandemia da coronavirus e l’invasione di locuste”. Il primo ministro etiope, che ha vinto il premio Nobel per la pace nel 2019 per i suoi sforzi per fare la pace con l’Eritrea, sta affrontando la pressione della comunità internazionale per porre fine al conflitto nel Tigray, nonché per istituire un’indagine internazionale sui presunti crimini di guerra.

Il 18 marzo, il capo dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (UNHCR), Michelle Bachelet, ha accettato la richiesta della Commissione Statale Etiope per i Diritti Umani (EHRC) di avviare un’indagine congiunta. Il portavoce dell’Alto Commissario per i diritti umani, Jonathan Fowler, ha dichiarato che l’UNHCR e l’EHRC stanno sviluppando un piano che delinea le risorse necessarie e le procedure, al fine di avviare le missioni ‘il prima possibile”. Inoltre, il Ministero degli Esteri etiope aveva già dichiarato il 13 marzo che era pronto a lavorare con esperti internazionali di diritti umani per condurre indagini sulle accuse di abusi.

Bachelet aveva sottolineato il 4 marzo, tramite un comunicato ufficiale, l’urgenza di aprire un’indagine indipendente sull’attuale situazione del conflitto nella regione settentrionale del Tigray.  Nel suddetto documento si legge: “Le vittime e i sopravvissuti a queste violazioni non devono vedersi negati i loro diritti alla verità e alla giustizia”. In questo contesto, Bachelet ha espresso la preoccupazione che le violazioni possano continuare impunemente.

Le dichiarazioni di Bachelet sono arrivate a seguito della pubblicazione di documento redatto da Amnesty International (AI) il 26 febbraio, il quale ha mostrato che tra il 19 e il 29 novembre 2020, le truppe eritree che operano nella città etiope di Axum hanno commesso una serie di violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario, compresa l’uccisione di centinaia di civili. 

A queste rivelazioni si è aggiunto un report del Governo statunitense, reso noto al pubblico il 26 febbraio dal New York Times, che ha stabilito che i militari etiopi e i combattenti ad essi affiliati stanno effettuando una campagna sistematica di pulizia etnica nel Tigray e in particolare nella parte occidentale, confinante con la regione di Amhara. 

Il 4 novembre 2020, il Governo federale etiope ha dichiarato guerra al Tigray People’s Liberation Front (TPLF), iniziando un violento conflitto dell’omonima regione settentrionale del Tigray, uno dei 10 Stati federali semi-autonomi organizzati secondo linee etniche in Etiopia. Il Tigray ospita principalmente il popolo tigrino che costituisce circa il 6% della popolazione etiope. I tigrini sono stati a lungo molto influenti e dominanti nel Paese, controllando il Governo per tre decenni. 

Le fortune del TPLF sono diminuite da quando Abiy è salito al potere nel 2018, dopo che anni di proteste antigovernative hanno costretto il suo predecessore, Hailemariam Desalegn, a dimettersi. Sotto Abiy, i leader del Tigray si sono lamentati di essere ingiustamente presi di mira nei procedimenti per corruzione, rimossi dalle posizioni di vertice e ampiamente considerati come capri espiatori per i problemi del Paese.

Nel novembre 2019, il primo ministro e il presidente del Fronte Democratico Rivoluzionario Popolare Etiope hanno unificato i partiti costituenti della coalizione di Governo, istituendo il cosiddetto Partito della prosperità. Il TPLF ha considerato illegale questa fusione, pertanto non ha partecipato. La faida tra il Governo e il TPLF è diventata più intensa dopo che il Tigray ha tenuto le proprie elezioni a settembre, sfidando il Governo di Abiy che ha rinviato le elezioni nazionali a causa della pandemia. Di conseguenza, l’esecutivo ha stabilito che il Governo del Tigray era illegale e, in cambio, il Tigray ha detto di non riconoscere più l’amministrazione di Abiy.

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Julie Dickman

di Redazione

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