L’Unione Europea approva sanzioni contro la Cina

Pubblicato il 22 marzo 2021 alle 15:37 in Cina Europa

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Il 22 marzo, l’Unione Europea ha imposto sanzioni ai danni di quattro funzionari cinesi accusati di abusi contro la minoranza degli Uiguri. Si tratta delle prime misure punitive europee contro Pechino dal 1989. 

I quattro individui vedranno congelati i loro beni in UE e gli sarà vietato di muoversi all’interno dei confini dell’Unione. Inoltre, ai cittadini e alle aziende europee non è consentito fornire loro assistenza finanziaria. Gli obiettivi individuati da Bruxelles sono: Chen Mingguo, direttore dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza dello Xinjiang, gli alti funzionari Wang Mingshan e Wang Junzheng e l’ex capo della regione, Zhu Hailun. Si tratta di quattro alti funzionari della regione Nord-occidentale dello Xinjiang, dove le Nazioni Unite stimano che almeno un milione di persone di etnia uiguri sia stato detenuto in campi di internamento e rieducazione. Anche l’ufficio di pubblica sicurezza del corpo di produzione e costruzione dello Xinjiang è stato colpito dalle sanzioni, ha aggiunto l’UE. Le misure punitive del 22 marzo sono le prime dell’UE nei confronti di Pechino, da quando Bruxelles ha imposto un embargo sulle armi nel 1989, a seguito del massacro di piazza Tienanmen.

La Cina ha inizialmente negato l’esistenza dei campi per la detenzione di uiguri, una minoranza a maggioranza più musulmana dello Xinjiang e ha poi dichiarato che si tratta di centri per la formazione professionale e per rieducare coloro che sono esposti a processi di radicalizzazione. In risposta alle sanzioni europee, Pechino ha riferito l’intenzione di imporre sanzioni contro 10 individui, tra cui il politico tedesco Reinhard Butikofer, e quattro entità che ha accusato di aver danneggiato  gravemente la sovranità e gli interessi del Paese nello Xinjiang. Il ministero degli esteri cinese ha rilasciato una dichiarazione in cui esorta l’UE a invertire la rotta sulle sanzioni e correggere il suo “grave errore”, avvertendo Bruxelles di non interferire nei suoi affari interni.

La decisione europea si unisce alla pressione esercitata dagli Stati Uniti contro Pechino. Il 17 febbraio, il presidente degli USA, Joe Biden, ha affermato che la Cina pagherà per le sue violazioni dei diritti umani, rispondendo alle domande sugli abusi ai danni delle minoranze musulmane da parte di Pechino nella regione dello Xinjiang. Biden ha affermato che la Cina sta cercando duramente di diventare un leader mondiale, ma per farlo deve guadagnare la fiducia di altri Paesi. “Finché sono impegnati in attività contrarie ai diritti umani fondamentali, sarà difficile per loro farlo”, ha aggiunto il presidente degli Stati Uniti. Il 16 febbraio, durante un evento trasmesso dalla CNN, Biden ha risposto ad una domanda proprio sulla condizione della minoranza prevalentemente islamica dello Xinjiang, affermando che il presidente cinese, Xi Jinping, sa bene che la situazione avrà delle ripercussioni contro la Cina. Secondo il capo della Casa Bianca, gli Stati Uniti riaffermeranno il loro ruolo globale e metteranno al centro temi relativi alla tutela dei diritti umani e il presidente ha sottolineato l’intenzione di lavorare con tutta la comunità internazionale per convincere la Cina a proteggere le minoranze in questione. 

Da parte sua, Pechino nega le accuse di abusi nello Xinjiang e ha più volte affermato che i centri di detenzione da essa istituiti nella regione servono alla “rieducazione” e alla formazione professionale, un’iniziativa pensate per debellare “l’estremismo e il separatismo islamici”. L’ex presidente degli USA, Donald Trump, ha imposto sanzioni ai danni di funzionari cinesi e di imprese attive nello Xinjiang. A tale proposito, il presidente Biden, entrato in carica il 20 gennaio, ha chiarito che intende continuare un approccio duro a Pechino su questa e su altre questioni. Il 4 febbraio, il Dipartimento di Stato degli USA ha dichiarato di essere “profondamente turbato” da un’inchiesta della BBC che ha riferito di stupri sistematici e abusi sessuali contro le donne nei campi di internamento per uiguri e altre minoranze che vivono nella regione dello Xinjiang. La Cina ha affermato che il rapporto è “del tutto privo di basi fattuali”. Successivamente, Pechino ha oscurato BBC World News dalle sue reti televisive. 

Tra le notizie diffuse dalla BBC che la Cina ha contestato vi sarebbero state anche alcune riguardanti la risposta iniziale della Cina alla pandemia di coronavirus. Al momento, non è ancora chiaro se le scelte di Pechino avranno ripercussioni sui giornalisti della BBC in Cina. Nel corso dello scorso anno, in seguito ad accresciute tensioni con Washington, ad esempio, il Governo cinese aveva deciso di espellere alcuni giornalisti statunitensi di testate quali lo Washington Post, il Wall Street Journal e il New York Times. Oltre all’UE, la scelta cinese è stata criticata anche dal Regno Unito e dagli USA. Tuttavia, secondo Associated Press, la mossa di Pechino sarebbe “ampiamente simbolica” in quanto il canale BBC World era disponibile solamente sulla Tv via cavo in hotel e zone residenziali per gli stranieri e per altre aziende e sarebbe da collocare in un contesto generale di accresciute tensioni tra Pechino e più governi occidentali. Anche il direttore generale della BBC, Tim Davie, ha criticato la Cina, affermando che la BBC dovrebbe essere libera di fare informazione senza timori o favoritismi e che “la libertà dei media è importante”. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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