Afghanistan: la visita del capo del Pentagono e la proposta dei talebani

Pubblicato il 22 marzo 2021 alle 18:56 in Afghanistan USA e Canada

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Mentre il segretario alla Difesa degli USA, Lloyd Austin, si trova in Afghanistan per una visita non annunciata, i talebani confermano di aver condiviso con Washington un piano per la riduzione delle violenze di 90 giorni. 

La visita di Austin a Kabul è iniziata il 21 marzo e il suo arrivo nel Paese non era stato precedentemente reso pubblico. Nel pomeriggio del suo arrivo, il capo del Pentagono ha incontrato il presidente afghano, Ashraf Ghani, con il quale ha discusso del preoccupante aumento delle violenze nel Paese. I due rappresentanti hanno sottolineato che l’attuale situazione potrà risolversi unicamente tramite la definizione di un accordo di pace. Secondo il Palazzo Presidenziale, Austin ha affermato che gli Stati Uniti stanno sostenendo l’Afghanistan proprio al fine di raggiungere tale risultato. Il segretario alla Difesa di Washington ha dichiarato di essersi recato ad Kabul per “ascoltare e imparare” dal leader afghano, alla luce delle importanti decisioni da prendere per quanto riguarda la permanenza delle truppe statunitensi nel Paese. 

Durante la sua visita, il capo del Pentagono consulterà anche l’ambasciatore statunitense in Afghanistan, Ross Wilson, e il generale dell’esercito Austin Scott Miller, il comandante in capo degli Stati Uniti nel Paese. In un’intervista con i giornalisti, Austin ha dichiarato che la Casa Bianca, guidata dal presidente Joe Biden, vuole “una fine responsabile a questo conflitto” e “una transizione verso qualcos’altro”. “Ci saranno sempre preoccupazioni in un modo o nell’altro, ma penso che ci sia molta energia concentrata sul fare ciò che è necessario per portare ad una conclusione responsabile e verso una soluzione negoziata”, ha aggiunto Austin. 

Intanto, il 22 marzo, il portavoce dei talebani, Mohammad Naeem, ha confermato alla stampa afghana di aver condiviso con gli Stati Uniti un piano di riduzione della violenza di 90 giorni. Il rappresentante dei militanti ha specificato che non si tratta di un cessate il fuoco, ma solo di una diminuzione delle operazioni del gruppo sul territorio nazionale afghano, per un tempo limitato. Naeem ha specificato che una bozza di tale proposta era stata presentata agli Stati Uniti già a dicembre del 2020, ma questa non era stata poi presa in considerazione. Secondo un docente universitario, citato dalla stampa afghana, il piano prevede una riduzione della violenza e la rinuncia ad effettuare attacchi su larga scala. Tuttavia, un simile obbligo è presente anche nell’accordo tra USA e talebani, firmato a Doha, il 29 febbraio 2020. Tale intesa, fortemente voluta dall’ex presidente Donald Trump, è quella che ha fissato il limite per il ritiro delle forze armate statunitensi dal Paese al primo maggio. Tra le altre clausole, era previsto l’avvio di un dialogo intra-afghano, che è iniziato in Qatar, il 12 settembre 2020. Tuttavia, tutti questi impegni rimangono in bilico, alla luce del continuo aumento delle violenze sul campo. 

A tale proposito, il 21 marzo, il quotidiano Tolo News ha riferito che almeno 7 persone sono state uccise e altre sono rimaste ferite in due esplosioni separate e in un attacco armato che si sono verificati nella capitale, Kabul, nelle precedenti 24 ore. La mattina del 21 marzo, un veicolo ha colpito una bomba sul ciglio della strada nel distretto di Chahar Asiab, uccidendo cinque membri di una famiglia. La polizia ha riferito che due di questi erano membri delle forze di rivolta pubblica, che sostengono l’esercito afghano contro i talebani, e un altro era un impiegato di un Ministero di Kabul. Poche ore prima, la sera del 20 marzo, un’altra esplosione lungo una strada si è verificata nel distretto di Bagrami. Un membro delle forze di polizia è stato ucciso e un altro è rimasto ferito. Infine, una fonte della sicurezza ha reso noto che una persona è morta e altre due sono rimaste ferite in un attacco effettuato da un gruppo di uomini armati non identificati nel distretto di Paghman di Kabul. Similmente, numerose altre province afghane stanno affrontando un vertiginoso aumento delle violenze e tutti gli scontri sul campo risultano difficili da monitorare.  

L’Afghanistan subisce fortemente le divisioni derivanti dalla sua complessa storia. A seguito della fine del dominio dell’Unione Sovietica nel Paese, durato dal 1979 al 1989, i talebani avevano guadagnato il controllo di buona parte del territorio, intorno al 1998, ottenuto in seguito a una sanguinosa guerra civile combattuta contro varie fazioni locali. Nel 2001, in seguito agli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan, accusato di essere la base logistica dalla quale al-Qaeda aveva pianificato gli attacchi contro gli USA e dove si era a lungo nascosto il leader dell’organizzazione, Osama bin Laden, sotto la protezione dei talebani. Dopo quasi due decenni di conflitto, un’importante svolta diplomatica era arrivata con l’accordo di pace tra gli Stati Uniti e i talebani, firmato il 29 febbraio 2020. Tuttavia, l’intesa non aveva messo fine alle violenze, che sono state in continuo aumento durante e dopo le negoziazioni. In tale contesto, la nuova amministrazione del presidente statunitense, Joe Biden, il 29 gennaio, ha affermato di voler riesaminare l’accordo con i talebani, alla luce del quadro instabile in Afghanistan. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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