Turchia: primo raid contro postazioni curde in Siria dopo 17 mesi

Pubblicato il 21 marzo 2021 alle 10:27 in Siria Turchia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

L’aviazione turca ha condotto, nella notte di sabato 20 marzo, il suo primo raid aereo, dopo 17 mesi, contro una zona nel Nord della Siria, occupata dalle milizie curde. “Un jet da combattimento turco ha colpito le postazioni militari delle Syrian Democratic Forces (SDF) nel villaggio di Saida, nella campagna di Ain Issa, causando forti esplosioni”, ha riferito l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR). Il distretto di Ain Issa si trova nel governatorato di Raqqa.

Si tratta dei primi attacchi aerei dopo la cosiddetta “Operazione Peace Spring”, una campagna militare lanciata, nell’ottobre 2019, da Ankara e dai suoi alleati siriani contro le SDF, nel Nord della Siria. L’operazione, interrotta dopo due accordi negoziati dal governo turco prima con Washington e poi con Mosca, ha permesso alla Turchia di prendere il controllo di una “safe zone” all’interno del territorio siriano, lunga circa 120 chilometri. Il villaggio di Ain Issa, invece, è rimasto nelle mani delle forze curde.

Gli attacchi aerei di Ankara arrivano lo stesso giorno in cui “scontri violenti” e “lanci intensivi di razzi” sulle linee del fronte del distretto di Ain Issa si sono verificati tra le forze delle SDF e le fazioni sostenute dalla Turchia, ha riferito l’Osservatorio siriano, aggiungendo che ci sarebbero vittime confermate. “Gli scontri tra le due parti sono in corso da 24 ore. Le forze turche hanno avuto difficoltà ad avanzare da quando le SDF hanno distrutto un carro armato turco”, ha affermato, in un’intervista con Agence France Presse, il direttore del SOHR, Rami Abdul Rahman. La cittadina è di vitale importanza per le milizie curdo-siriane, poiché la perdita di Ain Issa isolerebbe da Raqqa e dal governatorato di Al Hasaka le città di Ain al Arab (Kobane, lungo il confine siro-turco) e di Manbij, spezzando in due i territori amministrati dai curdi nel Nord-Est della Siria. 

Le Syrian Democratic Forces sono un’alleanza multi-etnica e multi-religiosa, composta da curdi, arabi, turkmeni, armeni e ceceni. Il braccio armato principale, nonché la forza preponderante del gruppo, è rappresentato dalle Unità di Protezione Popolare curde (YPG). Fin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, le SDF hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, contribuendo alla progressiva liberazione delle roccaforti occupate dai jihadisti. Le loro operazioni sono state perlopiù sostenute dagli Stati Uniti, che hanno fornito armi e copertura aerea, mentre la Turchia non accetta la loro presenza al confine siro-turco. Proprio nel corso delle operazioni anti-ISIS, le SDF sono riuscite a conquistare, nel 2016, Ain Issa, e a trasformarla in un proprio avamposto militare. Le Unità di protezione popolare, guidate dai curdi siriani, sono considerate dalla Turchia una “propaggine terroristica” del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Quest’ultimo è un’organizzazione paramilitare, sostenuta delle masse popolari del Sud-Est della Turchia di etnia curda, ma attiva anche nel Kurdistan iracheno, ritenuta da Ankara, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, un’organizzazione terroristica. Nel 1984, il PKK ha iniziato a dar vita a proteste in Turchia per rivendicare i diritti della minoranza curda nel Paese, provocando una situazione di tensione tra le parti che si è protratta fino ad oggi. 

La guerra civile in Siria, da poco entrata nel suo decimo anno, è iniziata il 15 marzo 2011, quando parte della popolazione ha cominciato a manifestare e a chiedere le dimissioni del presidente siriano, Bashar al-Assad. In tale contesto, l’esercito del regime siriano è stato coadiuvato da Mosca ed è stato appoggiato dall’Iran e dalle milizie libanesi di Hezbollah. Sul fronte opposto, invece, le forze ribelli hanno ricevuto il sostegno soprattutto di Ankara. Le ultime offensive si sono concentrate perlopiù a Idlib, dove attualmente è in vigore un cessate il fuoco stabilito da Russia e Turchia, il 5 marzo 2020. Obiettivo dell’intesa era porre fine all’offensiva dei mesi precedenti e favorire il ritorno di sfollati e rifugiati nell’ultima enclave posta sotto il controllo dei gruppi ribelli. Nel corso dell’ultimo anno, la tregua è stata più volte violata, ma l’accordo tra Mosca e Ankara ha scongiurato il rischio di una violenta offensiva su vasta scala.

In tale quadro, poi, nel corso degli ultimi colloqui di Astana, svoltisi a Sochi il 16 e 17 febbraio scorso, i partecipanti hanno concordato di estendere la tregua nel governatorato Nord-occidentale. Ad ogni modo, l’esercito di Assad non sembra essere disposto ancora a lasciare che i gruppi di opposizione prendano il controllo definitivo di Idlib. La Turchia, dal canto suo, ha istituito dal 2017 più di 65 postazioni militari nel Nord e nel Nord-Ovest della Siria, sulla base delle intese firmate con la Russia, ma, al contempo, si è ritirata da altre postazioni cadute sotto il controllo delle forze di Assad. Oltre Idlib, anche il Nord Est della Siria continua a rappresentare un’area al centro delle tensioni, che vedono protagoniste, tra gli altri, le Syrian Democratic Forces, le quali continuano ad essere bersaglio dello Stato Islamico.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Chiara Gentili

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.