Accuse contro 10 iraniani: eludevano le sanzioni USA

Pubblicato il 20 marzo 2021 alle 9:09 in Iran USA e Canada

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Gli Stati Uniti hanno rivelato che 10 individui iraniani sono stati accusati di aver eluso le sanzioni americane su Teheran nascondendo, per circa 20 anni, oltre 300 milioni di dollari in transazioni effettuate attraverso società di copertura. Si ritiene che i pagamenti siano avvenuti per conto del governo iraniano, compreso l’acquisto di due petroliere da 25 milioni di dollari, attraverso più di 70 compagnie di facciata situate negli Stati Uniti, in Iran, in Canada, negli Emirati Arabi Uniti e a Hong Kong. Lo ha reso noto il Dipartimento di Giustizia in una dichiarazione, venerdì 19 marzo, sottolineando che gli imputati, se condannati con l’accusa di cospirazione, rischiano una pena massima di 20 anni di carcere.

Si ritiene che i sospettati, che sono già stati oggetto di una multa per riciclaggio di denaro pari a oltre 157 milioni di dollari, si trovino al di fuori degli Stati Uniti. “Attraverso l’uso di società di copertura, compagnie per i servizi finanziari e gli scambi in tutto il mondo, gli imputati hanno lavorato per nascondere transazioni dal valore di centinaia di milioni di dollari per conto di uno Stato sponsor del terrorismo”, ha dichiarato John Demers, assistente procuratore generale per la sicurezza nazionale. “Non commetteremo errori, il Dipartimento di Giustizia continuerà a dispiegare tutti gli strumenti necessari per frenare la capacità del regime iraniano di utilizzare il sistema finanziario statunitense per sostenere i suoi sforzi maligni”, ha aggiunto.

L’Iran è colpito dalle sanzioni economiche degli Stati Uniti, reintrodotte dopo che, l’8 maggio 2018, l’ex presidente americano, Donald Trump, ha deciso di uscire dal cosiddetto accordo sul nucleare, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), portando la Repubblica islamica ad arricchire nuovamente le sue riserve di uranio. Il patto era stato firmato durante l’amministrazione di Barack Obama, il 14 luglio 2015, a Vienna, da parte di Iran, Cina, Francia, Russia, Regno Unito, Stati Uniti, Germania e Unione Europea. Questo prevedeva la sospensione di tutte le sanzioni nucleari imposte precedentemente contro l’Iran dall’Unione Europea, dall’Onu e dagli USA, in cambio della limitazione delle attività nucleari da parte del Paese mediorientale e ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica presso gli impianti iraniani. L’8 maggio 2018, durante la presidenza di Donald Trump, Washington si è ritirata unilateralmente dall’accordo, imponendo nuove sanzioni contro Teheran che hanno, da un lato, aggravato le condizioni economiche del Paese mediorientale, e, dall’altro lato, acuito le tensioni tra Iran e Stati Uniti.  

Il 16 marzo, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), ha riferito, attraverso un suo ultimo rapporto, che Teheran avrebbe altresì iniziato ad arricchire uranio nell’impianto sotterraneo di Natanz, violando, ancora una volta, quanto stabilito nell’accordo sul nucleare del 2015. L’AIEA ha precisato che le operazioni di arricchimento sono state avviate utilizzando un secondo tipo di centrifuga avanzata, IR-4. 

Ad oggi, le violazioni dell’Iran sarebbero finalizzate ad esercitare maggiore pressione sul presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, il quale sembra essere disposto a rilanciare l’accordo, pur avendo più volte ribadito come sia necessario dapprima che Teheran rispetti il patto del 2015 per riprendere gli sforzi diplomatici. Pertanto, le due parti sono bloccate in una situazione di stallo, in cui ciascuna aspetta che sia l’altra ad agire per prima. A tal proposito, il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, ha riferito che l’Iran e gli USA non sono soliti scendere a compromessi, ma che ora sarebbe necessario trovare un punto di incontro che ponga fine allo stallo. Da parte sua, il portavoce del governo iraniano, Ali Rabiei, ha ribadito che l’accordo sul nucleare non necessita di essere rinegoziato e che l’elemento più importante è il ritorno immediato degli USA e la revoca delle sanzioni. In tale quadro si collocano anche le dichiarazioni, del 16 marzo, del ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, secondo cui gli sforzi volti a rilanciare l’accordo stanno incontrando diversi ostacoli, anche a causa di “problemi tattici” e della situazione interna in Iran, un Paese in attesa delle elezioni presidenziali di giugno. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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