La questione del sistema islamico in Afghanistan

Pubblicato il 19 marzo 2021 alle 18:30 in Afghanistan Asia

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Anche durante i colloqui di Mosca del 18 marzo, i talebani hanno sottolineato la necessità di una riforma radicale del sistema istituzionale afghano, collegando tale questione ai negoziati di pace e al ritiro delle forze statunitensi dal Paese. Una panoramica del dibattito nazionale e internazionale a tale proposito. 

A proposito di un’eventuale riforma costituzionale in Afghanistan, i membri di due grandi partiti politici afghani (Jamiat-e-Islami e Hizb-e-Islami) sostengono che l’attuale Costituzione dell’Afghanistan sia flessibile. Di conseguenza, tramite una serie di emendamenti sarebbe possibile trovare un accordo che garantisca la pace. Si tratta di un probabile riferimento alla possibilità di soddisfare le richieste dei talebani sull’istituzione di un “vero” Governo islamico. Secondo quanto riferito dal quotidiano filo-governativo afghano Tolo News, alcuni esperti legali concordano sul fatto che la Costituzione del Paese sia flessibile, ma hanno sottolineato il fatto che alcune disposizioni siano immodificabili, nello specifico quelle relative alla Sharia, alla Repubblica e ai diritti dei cittadini. Altri esperti, invece, affermano che il testo costituzionale necessiti di riforme importanti e che la struttura del sistema politico e delle elezioni sono tra le disposizioni che possono essere modificate. A proposito di tale dibattito, un portavoce dei talebani ha affermato che qualsiasi riforma approvata in Afghanistan mentre le forze straniere si trovano ancora nel Paese non è accettabile per il gruppo e dovrà essere modificata. 

Sul fronte internazionale, in occasione della conferenza di Mosca sulla pace afghana del 18 marzo, i rappresentanti di Russia, Cina, Stati Uniti e Pakistan hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano che non sosterranno il ritorno di un “Emirato islamico” in Afghanistan, sulla base della Risoluzione 2513 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 2020. Con l’espressione “Emirato Islamico dell’Afghanistan” si fa riferimento allo Stato auto-proclamato dai talebani a seguito della presa di Kabul nel 1996. Questo era stato riconosciuto solo da Pakistan, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita ed era stato smantellato a seguito dell’invasione statunitense nel Paese del 2001. Sul fronte internazionale, l’Emirato era stato accusato di aver fornito rifugio ad Osama Bin Laden ed era considerato la base operativa di Al-Qaeda, un cosiddetto “paradiso per le organizzazioni terroristiche” che era stato fondamentale per l’organizzazione degli attentati dell’11 settembre 2001. Sul fronte interno, il Governo dei talebani non riusciva a controllare l’intero territorio nazionale, a causa di una serie di faide irrisolte, ed era stato accusato di aver imposto un regime di segregazione per le donne afghane. 

L’attuale Costituzione della Repubblica Islamica dell’Afghanistan è stata approvata da oltre 500 delegati che rappresentavano la popolazione afghana presso la Loya Jirga, un’assemblea tradizionale, che si era tenuta tra il 13 dicembre 2003 e il 4 gennaio 2004. La Costituzione è stata formalmente ratificata dall’allora presidente, Hamid Karzai, durante una cerimonia a Kabul, il 26 gennaio 2004. In quel periodo, non esisteva alcuna possibilità di dialogo tra i talebani e gli Stati Uniti e il Governo afghano era considerato dai militanti un “burattino” nelle mani delle forze armate straniere. Per comprendere la situazione in cui si trovava il Paese, si può citare il fatto che, a Novembre del 2004, il leader talebano Mohammed Omar annunciò un’insurrezione contro “l’America e le sue marionette” per “riconquistare la sovranità del nostro Paese”. In tale contesto, l’ingente presenza di forze armate statunitensi permise di respingere gli attacchi e riuscì a facilitare le elezioni del Parlamento afghano del 18 settembre 2005. Il dialogo tra talebani e USA è arrivato molto più tardi e si è fatto strada a seguito di una serie di sconfitte sul campo da parte dei militanti islamisti. Fino all’accordo di Doha del 29 febbraio 2020, il gruppo si era rifiutato di dialogare con i rappresentanti di Kabul e preferiva discutere con le autorità statunitensi, affermando che le istituzioni politiche afghane fossero vuote di legittimità e totalmente dipendenti dalle potenze straniere. Oggi, i talebani chiedono di dialogare con le autorità afghane e insistono sulla necessità che le forze armate statunitensi si ritirino dal Paese.

A seguito della conferenza di Mosca sull’Afghanistan, il 18 marzo, un negoziatore talebano, Suhail Shaheen, ha ribadito l’importanza di una riforma istituzionale nel Paese. Nello specifico, questo ha sottolineato l’importanza del dialogo intra-afghano e del rispetto della volontà del popolo. Una solo questione, secondo lui, non poteva essere discussa: il ritiro immediato delle truppe straniere dal Paese. “È importante che i negoziati siano accelerati perché questo ci aiuterà a raggiungere un cessate il fuoco permanente e una pace a livello nazionale e questo è il nostro obiettivo”, ha affermato. Quindi, il negoziatore dei talebani ha ribadito che il fine ultimo per il gruppo è quello di ottenere un Governo islamico che rappresenti tutti gli afghani. Questo ha poi sottolineato il fatto che sarà il popolo a stabilire il futuro dell’esecutivo, a seguito dei negoziati di pace, ma solo a seguito del ritiro degli USA. Shaheen ha insistito sulla necessità che gli Stati Uniti portino a zero la loro presenza in Afghanistan, entro la scadenza concordata con l’accodo di Doha del 29 febbraio 2020, fissata per il primo maggio del 2021. “Abbiamo tenuto 18 mesi di trattative con gli americani, e hanno convenuto che si sarebbero ritirati entro 14 mesi”, ha dichiarato il negoziatore talebano. “Dovrebbero andarsene e se non se ne andranno entro la fine di aprile ciò significa che continueranno con la violazione dell’accordo. Una tale violazione non sarà imputabile a noi, ma a loro”, ha aggiunto. “In quel caso, se c’è un’azione ovviamente ci sarà una reazione”, ha sottolineato Shaheen. 

Secondo l’attuale amministrazione degli USA, che eredita un’intesa firmata dal suo predecessore, Donald Trump, il ritiro completo richiederà più tempo. Le dichiarazioni del negoziatore talebano arrivano a seguito della notizia del 18 marzo, lanciata dall’emittente statunitense NBC News, secondo cui il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, sta valutando la possibilità di mantenere le truppe statunitensi in Afghanistan fino a novembre del 2021. Si tratterebbe di una proroga di 6 mesi, che arriva a seguito di discussioni con i membri del suo team per la Sicurezza Nazionale. In tale contesto, il Dipartimento della Difesa avrebbe insistito sulla necessità di mantenere le forze armate straniere nel Paese oltre il 1 maggio. La nuova amministrazione statunitense deve quindi gestire questa delicata situazione. Già il 20 gennaio, giorno dell’insediamento di Biden alla Casa Bianca, il segretario di Stato, Antony Blinken, aveva dichiarato che l’accordo con i talebani sarebbe stato riesaminato, prima di prendere decisioni al riguardo.

Tornando in Afghanistan, il 18 marzo, anche un gruppo di studiosi islamici di Herat ha sottolineato la necessità di accelerare i negoziati di pace. I clerici della provincia occidentale hanno definito “illegittima” la guerra in corso nel Paese e hanno dichiarato che sono necessari ulteriori sforzi per raggiungere la pace. “Quando due gruppi musulmani stanno combattendo l’uno contro l’altro, è dovere della nazione islamica invitare le parti alla pace e alla riconciliazione”, ha affermato Abdul Basir Sediqqi, uno studioso islamico presente all’incontro in questione. In separata sede, un gruppo di attivisti e giovani di Herat hanno discusso della situazione nel Paese e hanno criticato il Governo di Kabul, per aver ignorato la situazione nella regione occidentale. “La zona Ovest è stata messa da parte negli ultimi 20 anni”, ha affermato Abdulhadi Qane, un attivista della società civile di Herat. Un simile rimprovero è arrivato dai residenti della provincia, preoccupati dall’aumento delle violenze e, in particolare, dagli omicidi mirati. 

Infine, il 17 marzo, è stato reso noto un sondaggio, condotto dalla società di ricerca locale Peace and Democracy (PDH), che indica che l’83% dei cittadini afghani vuole mantenere l’attuale sistema di Governo della Repubblica Islamica e proteggere la Costituzione del Paese durante il processo di pace. La ricerca, intitolata “Processo di pace e futuro dell’Afghanistan: prospettive e implicazioni”, mostra che il 90% dei 40.000 intervistati pensa che i talebani non abbiano un piano di Governo per l’Afghanistan. Solo il 7% degli intervistati ha dichiarato di desiderare una riforma radicale della Costituzione e del Sistema della Repubblica Islamica. Sulla prospettiva di un Governo ad interim, il 77% degli intervistati ha affermato di non sostenere tale ipotesi, senza prima passare per le elezioni. Inoltre, il 96% ritiene che le opinioni dei talebani nei confronti delle donne non siano cambiate. Similmente, il gruppo politico noto come Movimento per il Cambiamento in Afghanistan ha espresso profonda preoccupazione per il destino della popolazione femminile nel processo di pace e ha chiesto al Governo afghano di mantenere le sue promesse riguardanti la partecipazione politica delle donne alle questioni nazionali. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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