Myanmar: centinaia di rifugiati si riversano in Thailandia

Pubblicato il 18 marzo 2021 alle 17:03 in Immigrazione Myanmar Thailandia

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Centinaia di persone avrebbero lasciato il Myanmar dal colpo di Stato del primo febbraio scorso per dirigersi in Thailandia, nell’area di confine tra i due Paesi controllata da milizie locali.  

La notizia è stata diffusa dall’incaricato per gli affari esteri di uno trai gruppi armati, Karen National Union (KNU), Padoh Saw Taw Nee, il 18 marzo. L’uomo ha dichiarato a The Straits Times che nel territorio controllato dalla KNU vi sarebbero quasi 1.000 persone fuggite dal Myanmar. Tra essi, alcuni sarebbero leader degli scioperi avvenuti nel Paese, altri farebbero parte del movimento di disobbedienza civile, altri ancora sarebbero ex-impiegati statali, legislatori e membri delle forze dell’ordine e dell’esercito. Secondo il membro di KNU, in altre aree controllate da altri gruppi poi vi sarebbero ancora altri rifugiati.

Al confine tra Myanmar e Thailandia vi sono più di venti gruppi armati indigeni, alcuni dei quali hanno condannato il colpo di stato dell’Esercito. Da tale evento KNU ha affermato che i negoziati per un cessate il fuoco con il governo birmano sono stati interrotti.

Intanto, le autorità thailandesi hanno disposto aree in grado di accogliere fino a 43.000 rifugiati . L’Esercito thailandese ha incrementato i controlli al confine.

In Myanmar, intanto, dallo scorso 6 febbraio, in tutto il Paese, sono ancora in corso proteste contro la giunta militare al potere che sono spesso sfociate in violenza, con la polizia che ha sparato sui manifestanti. Ad oggi, sarebbero state 217 le persone che hanno perso la vita in tale contesto, secondo dati rilasciati dall’organizzazione Assistance Association for Political Prisoners. Ciò nonostante i manifestanti stanno continuando a portare avanti il movimento. A detta della giunta militare al potere, le autorità starebbero evitando quanto possibile di reprimere con la forza quelle che definisce “rivolte” che danneggiano la sicurezza e la stabilità nazionali.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi. 

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che, dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica che ha portato alle prime elezioni nel 2011. Ad oggi, all’Esercito spetta ancora un quarto delle sedute in entrambe le aule del Parlamento e alcuni ministeri. In tale contesto, Aung San Suu Ky è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita, almeno quindici, agli arresti domiciliati, durante il regime militare, per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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