Cosa è successo alla conferenza di Mosca sull’Afghanistan

Pubblicato il 18 marzo 2021 alle 20:45 in Afghanistan Russia

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Russia, Cina, Stati Uniti e Pakistan hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta in cui chiedono una riduzione delle violenze, affermano che non sosterranno l’imposizione di un Emirato islamico in Afghanistan e che sosterranno una soluzione diplomatica al conflitto. 

Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, durante la sessione di apertura dei colloqui di Mosca sulla pace in Afghanistan, ha affermato che nonostante l’accordo di pace tra Stati Uniti e talebani, sottoscritto a Doha il 29 febbraio 2020, la situazione nel Paese continua a peggiorare. “Sfortunatamente, il processo di Doha per la pace e la riconciliazione in Afghanistan non ha ancora fornito risultati positivi, ma ci aspettiamo ulteriori progressi su questa linea”, ha dichairato Lavrov. Il ministro russo ha sottolineato che i Paesi presenti all’incontro sono particolarmente preoccupati per un aumento delle violenze nel periodo primaverile ed estivo, quando tradizionalmente gli scontri e gli assalti sono soliti aumentare nel Paese. “Secondo i dati e le informazioni a mia disposizione, sta già iniziando”, ha dichiarato riferendosi ad una nuova offensiva e sottolineando la morte di numerosi civili in questi assalti. Il rappresentante di Mosca ha poi aggiunto che il processo di pace dovrebbe essere guidato dagli afghani e nessun attore esterno dovrebbe cercare di interferire negli affari del Paese.

All’incontro era presente anche una delegazione del Governo afghano, guidata da Abdullah Abdullah, il capo dell’Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale di Kabul, che ha affermato che il popolo afghano ha ottenuto risultati importanti negli ultimi 20 anni, grazie al sostegno della comunità internazionale. In questi due decenni, il Paese ha ricostruito le sue istituzioni statali, le forze armate, il settore dell’educazione ed ha compiuto grandi passi avanti per quanto riguarda i diritti delle donne e la libertà di stampa, secondo il rappresentante di Kabul. “La Repubblica Islamica dell’Afghanistan crede fermamente in una soluzione politica giusta, duratura e plausibile alla crisi che sia accettabile per tutte le parti e che mantenga la sovranità nazionale, l’indipendenza, i valori e i principi islamici nazionali e i risultati degli ultimi anni – in particolare i diritti fondamentali dei cittadini, la libertà di espressione e i diritti delle donne”, ha dichiarato Abdullah, che ha aggiunto che la politica deve continuare a rispecchiare la volontà del popolo, tramite le elezioni.

Secondo il rappresentante del Governo, il popolo afghano “ha sete di pace”. A tale proposito, ha sottolineato che l’esecutivo di Kabul ha mostrato la propria buonafede e la propensione al dialogo, tramite il rilascio di numerosi prigionieri talebani, prima dell’avvio dei negoziati di Doha, iniziati il 12 settembre 2020. Tuttavia, le violenze dall’altra parte non si sono mai fermate, ci ha tenuto a sottolineare Abdullah. In merito ai colloqui in corso a Doha, il rappresentante di Kabul ha dichiarato che sono stati compiuti progressi su alcune questioni, con la definizione di alcuni argomenti che saranno all’ordine del giorno nei negoziati, ma gli afgani si aspettano che questo processo acceleri. Infine, è stato trattato il tema della cessazione delle ostilità e del cessate il fuoco, ritenuto necessario per progredire con i negoziati, secondo il Governo afghano. 

Per i talebani, ha parlato il capo negoziatore Mawlavi Abdul Hakim Haqqani, 53 anni, figlio del mullah Khodaidad Akhund, originario del distretto di Panjwai della provincia di Kandahar. L’uomo è un membro della tribù degli Ishaqzaee. Questo ha semplicemente ribadito che i talebani vogliono un governo islamico stabile e indipendente in Afghanistan che possa vivere in pace e armonia nella regione. Secondo il negoziatore talebano, agli afghani dovrebbe essere consentito di decidere il proprio destino. “Vogliamo un sistema islamico afghano inclusivo che sia in grado di rappresentare il popolo”, ha dichiarato. Per il momento, non è stato possibile reperire ulteriori informazioni sulla posizione dei talebani durante la conferenza di Mosca. 

Infine, è possibile fare riferimento alla dichiarazione congiunta degli attori internazionali maggiormente coinvolti nei negoziati intra-afghani e quindi nella conferenza di Mosca: Russia, Cina, Stati Uniti e Pakistan. Il comunicato reso pubblico dopo i colloqui del 18 marzo è diviso in 10 punti, che non forniscono particolari elementi di novità alle negoziazioni intra-afghane in corso. Nel primo punto si riconosce la diffusa e sincera richiesta del popolo afghano di una pace duratura, confermando che una pace sostenibile può essere raggiunta solo attraverso una soluzione politica negoziata. Nel secondo punto, i Paesi chiedono a tutte le parti in conflitto di ridurre il livello di violenza e ai talebani, nello specifico, di non effettuare un’offensiva di primavera, in modo da evitare ulteriori vittime e creare un ambiente favorevole al raggiungimento di una soluzione politica.

Il terzo punto fa riferimento alla Risoluzione 2513 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 2020 e afferma che i Paesi in questione non sosterranno la restaurazione di un Emirato Islamico in Afghanistan. La stessa sezione chiede al Governo della Repubblica islamica e all’Alto Consiglio per la Riconciliazione Nazionale di impegnarsi apertamente con le controparti talebane per trovare una soluzione negoziata che garantisca un futuro politico all’Afghanistan. Il quarto punto esorta i partecipanti ai negoziati intra-afghani a impegnarsi immediatamente in discussioni su questioni fondamentali per risolvere il conflitto: le basi istituzionali, il contenuto di una tabella di marcia politica verso un governo inclusivo e i dettagli per un accordo di cessate il fuoco permanente. 

Il quinto punto fa riferimento al sostegno per una “risoluzione politica durevole e giusta” del conflitto che si traduca nella formazione di un Afghanistan indipendente, sovrano, unificato, pacifico, democratico e autosufficiente, libero dal terrorismo e dall’industria della droga, che permetta il ritorno volontario, sostenibile e rapido dei rifugiati afgani e la stabilità e la sicurezza globale. Nel sesto punto, i Paesi chiedono a tutti gli afgani di garantire che i gruppi e gli individui legati ad organizzazioni terroristiche non utilizzino il suolo afghano per minacciare la sicurezza di qualsiasi altro Paese. Con il settimo punto, la troika allargata ha sottolineato che qualsiasi accordo di pace afghano deve includere la protezione dei diritti di tutti i cittadini, comprese donne, uomini, bambini, vittime di guerra e minoranze.

Nell’ottava sezione, tutti i Paesi interessati a sostenere il popolo afghano vengono incoraggiati ad intervenire in un dialogo multilaterale, riaffermando l’impegno a mobilitare un sostegno politico ed economico internazionale per trovare soluzione politica alla crisi in Afghanistan. Il nono punto esprime l’apprezzamento per il sostegno di lunga data garantito dallo Stato del Qatar, che ha facilitato il processo di pace. La stessa sezione sottolinea l’importanza di continuare con le discussioni tra i team negoziali delle due parti a Doha, che hanno portato a “progressi significativi” verso una soluzione politica. Infine, l’ultimo punto del comunicato riconosce e accoglie con favore tutti gli sforzi internazionali in corso per facilitare e sostenere una soluzione negoziata, facendo specifico riferimento alla nomina da parte del Segretario generale delle Nazioni Unite di Jean Arnault come nuovo inviato per l’Afghanistan e le questioni regionali. Quindi, i Paesi hanno accolto con favore il ruolo positivo e costruttivo delle Nazioni Unite nel processo di pace e riconciliazione in Afghanistan.

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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