Medio Oriente: cresce la domanda di armi, Riad in testa

Pubblicato il 17 marzo 2021 alle 12:07 in Arabia Saudita Medio Oriente

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Negli ultimi cinque anni, la domanda di armi in Medio Oriente è aumentata del 25%, rendendo la regione l’area dove è stata registrata la maggiore quantità di importazioni a livello internazionale.

A rivelarlo è lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), un istituto internazionale indipendente che si occupa di conflitti, armi, controllo degli armamenti e disarmo. Il 15 marzo, è stato rivelato che, nel periodo 2016-2020, nonostante il calo dello 0,5% nell’acquisto di armi, registrato per la prima volta dal 2005, e una stabilità nel rapporto import-export, i Paesi del Medio Oriente hanno importato il 25% di armi in più rispetto al 2011-2015. L’Arabia Saudita si è attestata come il maggiore importatore di armi al mondo, aumentando i propri acquisti del 61%. A tal proposito, Riad rappresenta altresì il maggiore acquirente di armi statunitensi, in quanto assorbe il 24% dell’export di Washington.

Già nel 2020, il medesimo istituto di ricerca aveva rivelato che il Regno saudita era il Paese mediorientale che aveva investito di più nel settore della Difesa, toccando quota 61.9 miliardi di dollari. Nonostante i livelli di spesa di Riad fossero diminuiti del 16% tra il 2018 e il 2019, il Paese aveva speso l’8% del proprio PIL in armamenti. Di recente, il Regno ha rivelato la sua intenzione di localizzare il 50% delle aziende attive nel settore militare entro il 2030. Sulla base di un piano elaborato dall’esecutivo saudita, verranno investiti più di 10 miliardi di dollari nell’industria militare saudita nel prossimo decennio, e un importo simile verrà stanziato per ricerca e sviluppo.

Il Qatar, isolato fino allo scorso gennaio a causa del blocco imposto dai vicini mediorientali, ha moltiplicato di quasi cinque volte gli acquisti di armamenti, aumentati di circa il 361%. All’interno del Golfo, poi, ad essere diminuite sono le importazioni degli Emirati Arabi Uniti (UAE), dove è stato registrato un calo del 37%. Tuttavia, le consegne già concordate, tra cui quella di 50 aerei da combattimento F-35 e 18 droni armati statunitensi, suggeriscono che l’import di Abu Dhabi aumenterà nel futuro prossimo.

Le importazioni di Egitto, Algeria e Marocco hanno rappresentato quasi il 90% di quelle del continente africano. Da parte sua, Il Cairo ha aumentato del 136% le proprie importazioni nel 2016-2020, rispetto ai cinque anni precedenti. Il Paese Nord-africano, anch’esso coinvolto nelle controversie relative al controllo delle risorse energetiche nel Mediterraneo Orientale, ha investito soprattutto nelle proprie forze navali. Tuttavia, l’istituto di ricerca svedese ha messo in luce una mancanza di trasparenza e lacune non colmate nei conti ufficiali, il che solleva dubbi sulle modalità di finanziamento delle attrezzature acquisite dal Cairo.

Un altro attore al centro della questione degli idrocarburi nel Mediterraneo Orientale è la Turchia. Quest’ultima ha diminuito del 59% le importazioni di armamenti, ma il Paese continua a sviluppare la sua industria nazionale, ampliando la capacità di esportazione, aumentata del 30% rispetto al quinquennio precedente, e riducendo la sua dipendenza dall’estero. Tuttavia, commentando la posizione di Ankara, l’istituto di ricerca ha messo in rilievo la sospensione della fornitura di caccia F-35 da parte degli USA, a seguito dell’importazione del sistema di difesa antiaereo russo S-400.

Come riportato dal quotidiano al-Arab, allo scoppio della pandemia di Coronavirus nel 2020, esperti militari avevano previsto una possibile riduzione della spesa militare, considerate le crescenti sfide poste dall’emergenza sanitaria. Tuttavia, la corsa agli armamenti è proseguita soprattutto in Medio Oriente, una regione teatro di tensioni e conflitti “geopolitici”. Questi ultimi vedono partecipi anche le principali potenze mondiali, impegnate all’interno di alleanze regionali, il che ha spinto i Paesi mediorientali a rafforzare il proprio arsenale, al fine di prepararsi ad affrontare tutte le sfide. Secondo gli esperti dell’istituto di ricerca svedese, è presto per determinare il vero impatto del Coronavirus sul settore dell’industria militare. In una prospettiva a lungo termine, è probabile che i Paesi rivalutino i propri bilanci e cerchino di bilanciare i propri bisogni, alla luce delle perduranti minacce da affrontare.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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