Libia: l’LNA cattura un leader di spicco dell’ISIS

Pubblicato il 17 marzo 2021 alle 13:06 in Africa Libia

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L’Esercito Nazionale Libico (LNA), guidato dal generale Khalifa Haftar, ha dichiarato di aver catturato un leader di spicco dello Stato Islamico in Libia, noto con il nome di Abu Omar.

A darne l’annuncio, il 14 marzo, è stato il portavoce dell’LNA, il brigadiere generale Ahmed al-Mismari, il quale ha precisato che la cattura è avvenuta a seguito di un’operazione condotta dalle forze speciali, poste sotto il comando generale dell’Esercito Nazionale Libico. L’operazione ha interessato i pressi della città meridionale di Ubari, e, nello specifico, il distretto di al-Sharib, dove sono stati perpetrati almeno quattro attacchi aerei contro i nascondigli dell’ISIS. Sebbene in un primo momento fonti libiche avessero dichiarato che erano stati droni statunitensi ad aver perpetrato gli attacchi, l’LNA ha successivamente specificato che sono state le proprie forze ad agire. Ad ogni modo, non è chiaro se l’esercito di Haftar abbia ricevuto o meno sostegno da parte di attori terzi nel corso dell’operazione ad Ubari. Quest’ultima è avvenuta in concomitanza con un bombardamento contro la medesima città, il cui centro, vicino ad aree residenziali, è stato colpito da almeno 4 raid. Fino ad ora, però, nessuno ha rivendicato l’attacco, ma fonti anonime hanno ipotizzato un possibile coinvolgimento del Comando africano dell’esercito degli Stati Uniti (AFRICOM).

L’uomo catturato dall’LNA, il cui vero nome è Muhammad Miloud Muhammad, è stato definito un “terrorista pericoloso”. A detta di al-Mismari si tratta di uno dei leader più attivi nella città costiera di Sirte nel 2015, nonché stretto collaboratore del capo dello Stato Islamico in Libia, Abu Mo’az Al-Iraqi, ucciso, il 23 settembre 2020, a seguito di un’operazione condotta dalle forze dell’LNA nella regione di Sabha. Si pensa, inoltre, che Abu Omar fosse tra le menti del rapimento di quattro ingegneri italiani, successivamente liberati nel 2016, dopo aver chiesto un riscatto di 4 milioni di euro. Alla luce di ciò, la cattura di Abu Omar è stata definita un duro colpo per le cellule dell’ISIS ancora attive in Libia. 

Prima di annunciare la morte del leader al-Iraqi, il 15 settembre, l’esercito di Haftar aveva riferito di aver ucciso l’emiro dell’ISIS in Libia, Abu Abdullah, a seguito di un’operazione “di successo” che aveva causato la morte di altri 9 terroristi appartenenti a una stessa cellula. Successivamente, le indagini condotte e le prove raccolte nei giorni successivi avevano mostrato che il leader ucciso non era Abu Abdullah, bensì Abu Mo’az Al-Iraqi, altresì noto come Abu Abdullah al-Iraqi, leader dello Stato Islamico nell’intera regione del Nord Africa.

Al-Iraqi, secondo quanto riferito da al-Mismari, era giunto in Libia il 12 settembre 2014 con un altro terrorista, Abdulaziz al-Anbari, entrambi in possesso di passaporti falsi, entrati nel Paese dopo essere passati per la Turchia. Come indicato dal leader defunto dell’ISIS, Abu Bakr al-Baghdadi, al-Anbari era stato posto alla guida dell’organizzazione in Libia, mentre al-Iraqi era stato nominato suo vice. Successivamente, con l’uccisione di Abdulaziz a Derna nel 2015, Abu Abdullah è stato eletto leader dell’ISIS in Nord Africa. Secondo fonti investigative, il vero nome di al-Iraqi era Abdullah Al-Rabaei, diffuso tra i curdi iracheni. Ciò spiegherebbe il forte sostegno prestato dagli altri combattenti per difenderlo.

Lo Stato Islamico in Libia è presente attraverso tre ramificazioni, che prendono il nome dalle province di appartenenza. In particolare, Fezzan, situata nel deserto del Sud, Cirenaica, nell’Est, e Tripolitania, nell’Ovest. Tutti e tre i sottogruppi erano legati al leader defunto Abu Bakr al-Baghdadi il 13 novembre 2014. Il 15 novembre 2019, poi, i militanti dello Stato Islamico in Libia hanno giurato fedeltà anche al nuovo leader dell’ISIS, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, succeduto ad al-Baghdadi il 31 ottobre dello stesso anno. Nel video trasmesso, ogni foto riportava una didascalia che cita: “Siamo a lato delle truppe del califfato del principe dei fedeli, lo sceicco jihadista, Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi (che Allah lo protegga)”.

Il Global Terrorism Index 2020, relativo al 2019, ha inserito la Libia al 16esimo posto tra i Paesi che subiscono maggiormente la minaccia terroristica, con un indice pari a 6,25 su 10. Il Paese Nord-africano ha continuato a rappresentare uno dei quattro “epicentri” delle attività terroristiche in Africa, a cui si aggiungono Somalia, Nigeria e Mali. Nell’ambito della lotta contro l’ISIS, nel corso degli anni, un ruolo di rilievo è stato svolto da Washington e dal Comando statunitense in Africa (AFRICOM), responsabile di diversi attacchi aerei condotti contro le milizie terroristiche, situate in aree definite rilevanti per la produzione di petrolio del Paese. 

In tale quadro, Rami Abdurrahman, direttore dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, aveva riferito, nel febbraio 2020, che la sua rete di monitoraggio aveva stimato che circa 4.700 mercenari siriani appoggiati dalla Turchia erano stati inviati in Libia e, tra loro, almeno 130 erano ex combattenti dello Stato Islamico o di al-Qaeda. Secondo Rami, i militanti dell’ISIS si erano uniti al cosiddetto Esercito nazionale siriano (SNA), un’alleanza formata dalla Turchia e composta da diverse fazioni che hanno combattuto contro il governo del presidente siriano, Bashar al-Assad.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione