L’Arabia Saudita guarda ai droni armati turchi

Pubblicato il 17 marzo 2021 alle 17:45 in Arabia Saudita Turchia

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L’Arabia Saudita ha in programma di acquistare droni armati dalla Turchia, ha riferito il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. La mossa potrebbe rappresentare un segnale di un riavvicinamento tra le due potenze regionali rivali. Nonostante le divergenze, entrambi i Paesi hanno affermato che lavoreranno per migliorare le relazioni reciproche. 

Parlando durante una conferenza stampa, martedì 16 marzo, Erdogan ha, da un lato, citato l’intenzione saudita di acquistare droni turchi, ma, dall’altro, ha condannato la decisione del Regno di condurre esercitazioni aeree congiunte con la Grecia, un nemico di lunga data di Ankara. Al termine dell’intervento, il presidente ha suggerito che un eventuale accordo sui droni dipenderà dalla futura condotta di Riad. “L’Arabia Saudita sta conducendo esercitazioni congiunte con la Grecia”, ha detto Erdogan. “Eppure, allo stesso tempo, ci chiede droni armati. La nostra speranza è di risolvere questo problema con calma, senza scaldarci”, ha concluso.

La Turchia è emersa nel panorama internazionale come uno dei principali produttori mondiali di droni armati. Questi sono stati utili all’Azerbaigian nel conflitto contro l’Armenia, lo scorso anno, nella regione contesa del Nagorno-Karabakh. Droni turchi sono stati schierati anche nei conflitti in Siria e in Libia. Riad possiede già un accordo di trasferimento tecnologico con la società privata turca Vestel per produrre propri droni militari. Tuttavia, alcuni analisti ritengono che l’Arabia Saudita stia anche cercando di ottenere consegne militari aggirando gli embarghi sulle armi che alcuni Paesi occidentali hanno imposto a causa della sua offensiva militare nello Yemen.

Le speranze turche di allentare le tensioni con Riad farebbero parte del suo più ampio sforzo regionale per migliorare le relazioni con alcuni Paesi vicini, come l’Egitto, con il quale, il 12 marzo, il governo di Ankara ha annunciato di aver ristabilito contatti diplomatici. Erdogan e il suo ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, hanno specificato che i due Paesi hanno avviato un processo graduale di cicli negoziali che proseguiranno seguendo una determinata strategia, ovvero una sorta di “roadmap”. Il Cairo, dal canto suo, ha sottolineato che le azioni della Turchia “devono mostrare un allineamento ai principi egiziani” se si vuole arrivare ad una vera normalizzazione dei legami.

Le relazioni tra Turchia ed Egitto si sono deteriorate dopo che il generale Abdel-Fattah al-Sisi ha rovesciato, con un colpo di Stato militare, il 3 luglio 2013, il primo presidente democraticamente eletto del Paese, Mohammed Morsi, esponente della Fratellanza Musulmana. Ankara, da allora, ha espresso continue critiche ad al-Sisi e ai suoi sostenitori, inclusi diversi Stati occidentali e i rivali turchi nella regione del Golfo. Il governo egiziano, dal canto suo, ha più volte esortato la Turchia a non intervenire in questioni che, a detta di al-Sisi, riguardano gli affari interni del Paese. La controversia ha portato ad un blocco delle relazioni bilaterali che va avanti da diversi anni. Di recente, però, gli analisti ritengono che il gas e il petrolio abbiano assunto un’importanza maggiore rispetto alla Fratellanza nei rapporti tra Egitto e Turchia. Il Mediterraneo orientale potrebbe costituire un terreno sul quale lavorare insieme per risolvere le divergenze. Alla luce di ciò, gli analisti prevedono che i dissidi riguardanti il movimento islamista verranno accantonati nel prossimo futuro, per lasciare spazio a nuove intese nel campo energetico. “Il grande dinamismo emerso nell’utilizzo delle risorse di idrocarburi impone ai Paesi rivieraschi di dialogare di più tra loro e di trovare formule comuni”, sono state le parole di Omar Celik, portavoce del Partito turco della Giustizia e dello Sviluppo.

Per quanto riguarda i rapporti tra l’Arabia Saudita e la Turchia, questi avevano una volta relazioni affabili, soprattutto durante quella che è stata definita la “fase moderata” di Erdogan. Tuttavia, quando l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno cominciato a supportare le proteste popolari e il colpo di stato militare che, nel 2013, ha rimosso in Egitto il governo appoggiato dalla Fratellanza Musulmana, la Turchia si è subito schierata dall’altro lato. Le distanze si sono poi approfondite nel 2017 dopo che l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Bahrein e l’Egitto, noti come il “quartetto arabo”, hanno deciso di recidere i rapporti con il Qatar, alleato della Turchia, in seguito alle accuse di finanziamento del terrorismo e supporto ai gruppi islamici considerati illegali, come la Fratellanza Musulmana, nonché per i suoi legami con l’Iran. Molti dei Paesi che intrattenevano relazioni positive sia con il Qatar che con il quartetto arabo hanno assunto una posizione neutrale. Ankara, tra l’altro, possiede una base militare in Qatar, considerata dai Paesi del Golfo una minaccia alla sicurezza regionale. Anche in merito alla questione dell’assassinio del giornalista saudita Jamal Khashoggi, il 2 ottobre 2018, i funzionari sauditi hanno percepito, da parte della Turchia, uno sfruttamento politico della vicenda definito “spregevole e opportunista”, dal momento che, hanno sottolineato, Ankara non può dirsi priva di accuse di maltrattamenti nei confronti di oppositori e attivisti politici.

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Chiara Gentili

di Redazione

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