Armenia e Gruppo di Minsk insieme per la pace nel Nagorno-Karabakh

Pubblicato il 17 marzo 2021 alle 15:50 in Armenia Azerbaigian

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La ministra degli Affari Esteri svedese e presidente in carica dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), Ann Linde, si è recata in Armenia, il 16 marzo, per incontrare il primo ministro del Paese, Nikol Pashinyan. Il colloquio inizialmente si è svolto nel formato bilaterale e, dopo le discussioni, è stato ampliato alle delegazioni dei due Paesi.  Sul tavolo questioni umanitarie e politiche riguardanti il conflitto in Nagorno-Karabakh.

Durante il vertice, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa armena Armenpress, il premier ha sottolineato l’importanza che l’Armenia attribuisce alla stretta cooperazione con l’Ocse. L’alleanza è fondamentale al fine di garantire la sicurezza e la stabilità del Paese, a causa della crisi istituzionale che sta affrontando. Il premier armeno ha rimarcato che la risoluzione del conflitto nell’area contesa sarà possibile solo grazie all’intensificazione degli sforzi congiunti della co-presidenza dell’Ocse e del Gruppo di Minsk. Pashinyan ha rivelato che la cooperazione sarà rilevante al fine di chiarire lo status del Nagorno-Karabakh in relazione al suo diritto di autodeterminazione.

Il Gruppo di Minsk, istituito nel 1992 dalla Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa, è composto da Germania, Turchia, Bielorussia, Svezia, Finlandia ed è guidato dalla co-presidenza di Francia, Russia e Stati Uniti. Il format, dal 1995, opera con lo scopo di favorire una soluzione diplomatica al conflitto tra Armenia e Azerbaijan, anch’essi membri del Gruppo.

Il primo ministro armeno ha proseguito, rimarcando che solo con il dialogo e con l’impegno da entrambi i fronti sarà possibile non solo normalizzare il conflitto, ma anche garantire la stabilità della pace nella regione. Pertanto, il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev, dovrà ritirare le recenti accuse mosse all’Armenia e interrompere le continue dichiarazioni aggressive perché contribuiscono a deteriorare i rapporti tra i due Paesi.

Pashinyan ha posto l’accento anche su molte questioni politiche rimaste irrisolte. Tra le tante, ha fatto riferimento allo status della Repubblica dell’Artsakh e al rispetto dei diritti del popolo e ha messo sul tavolo questioni umanitarie, quali la salvaguardia del patrimonio culturale della regione. Proprio per queste ragioni, il ruolo che l’Ocse ha svolto e continuerà a svolgere è imprescindibile e fondamentale per Erevan. Il premier armeno ha anche posto sul tavolo delle discussioni il rimpatrio dei prigionieri di guerra. Tale questione è stata definita prioritaria e, se l’Azerbaijan continuerà a tenere in ostaggio i cittadini armeni, l’Armenia dovrà intervenire. Pashinyan ha sottolineato che in conformità con il paragrafo n.8 dell’armistizio sottoscritto dai due Paesi il 9 novembre, l’Azerbaijan sarebbe obbligato a rilasciare immediatamente i civili.

In qualità di presidente in carica dell’Ocse, anche Linde ha riconosciuto l’importanza del lavoro congiunto con il Gruppo di Minsk. Poco dopo, a detta della presidente, l’Ocse e la comunità internazionale dovrebbero offrire un contributo significativo alla normalizzazione del conflitto, fornendo assistenza alle parti coinvolte così che si possa raggiungere un punto di accordo. Di primaria importanza, inoltre, è il rispetto delle norme di diritto internazionale al fine di garantire il “diritto alla vita”dei due popoli.

L’Armenia, dal 2020, sta affrontando una profonda crisi istituzionale, causata dall’escalation del conflitto azero-armeno per la Repubblica dell’Artsakh, anche nota come Nagorno-Karabakh. È importante ricordare che, nel novembre 2020, il governo aveva invitato Pashinyan a rassegnare le dimissioni in seguito all’accordo di pace, firmato il 9 novembre 2020, per il “cessate il fuoco” in Nagorno-Karabakh. L’intesa non è stata accolta né dal popolo, che è sceso in piazza a manifestare, né dal governo armeno, tantomeno dalle forze militari del Paese.

La crisi interna si è aggravata quando, il 25 febbraio, il premier armeno ha accusato l’esercito di aver intentato un “colpo di stato”. Di conseguenza, Pashinyan ha richiesto il licenziamento di 40 alti ufficiali, tra cui il capo di stato maggiore, Onik Gasparyan. L’accusa è stata mossa dopo che, giovedì 25 febbraio, l’esercito aveva diffuso un comunicato in cui si invitava il premier a rassegnare le dimissioni a causa delle proteste che continuavano a scuotere il Paese da quando, dopo l’accordo di pace, è stata dichiarata la sconfitta dell’Armenia nella guerra contro l’Azerbaijan.

La regione autonoma del Nagorno-Karabakh è contesa da decenni tra Erevan e Baku. Gli scontri, scoppiati il 27 settembre 2020, raggiunsero il culmine nel mese di ottobre 2020. Sulla base del trattato di pace, l’Armenia ha ceduto il controllo sull’area del Nagorno-Karabakh e su tutti i sette distretti limitrofi all’Azerbaigian, i quali, dagli anni 90, erano stati occupati dalle forze armene.

La regione ha un’importanza chiave perché la sua posizione è strategica per il controllo dei gasdotti e oleodotti che vi transitano e forniscono idrocarburi per il mercato russo e turco. È anche importante ricordare che, sullo sfondo delle rivendicazioni territoriali azero-armene, un ruolo cruciale è da associare agli interessi della Turchia, che ha sostenuto militarmente l’Azerbaijan, e della Russia, alleata dell’Armenia.

di Redazione

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