Iraq: un nuovo attacco contro un obiettivo legato a Washington

Pubblicato il 16 marzo 2021 alle 9:54 in Iraq Medio Oriente

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Sette missili hanno colpito la base di al-Balad, situata a circa 80 km a Nord della capitale irachena Baghdad, la quale ospita anche soldati statunitensi impegnati nella coalizione internazionale anti-ISIS.

La notizia è stata riferita da fonti della sicurezza irachene nella sera del 15 marzo. Stando a quanto dichiarato, almeno 5 razzi, di tipo Katyusha, sono caduti all’interno della base, mentre i restanti 2 sono precipitati al di fuori, in un’area rurale, nei pressi di un villaggio. In nessun caso sono state registrate vittime, e, al momento, l’attacco non è stato ancora rivendicato. Tuttavia, l’Iraq è stato spesso testimone di episodi simili, la cui responsabilità è stata attribuita a gruppi armati affiliati a Teheran. Motivo per cui, un funzionario della sicurezza locale ha affermato che, anche in questo caso, non è da escludersi il coinvolgimento di “fazioni armate”.

Proprio la base di al-Balad, situata nel governatorato di Salah al-Din, è stata colpita il 20 febbraio scorso da quattro missili, precipitati in uno spazio aperto all’interno del perimetro della base, causando almeno un ferito, un civile iracheno. Come specificato dal portavoce per la stampa della provincia, Jamal Akab, il luogo colpito ospita la sede locale di Sallyport, un’azienda di difesa statunitense che si occupa di aerei da combattimento e che, al momento dell’attacco, faceva affidamento su 46 impiegati in loco, incaricati di fornire servizi di sostegno al programma di jet F-16 dell’Iraq. Prima del 20 febbraio, lo scorso gennaio, la stessa base di Salah al-Din era stata colpita da otto missili Katyusha, la cui esplosione aveva causato il ferimento di 4 membri delle forze aeree irachene.

A partire dal mese di ottobre 2019, le basi e le strutture statunitensi in Iraq sono state oggetto di più di 30 attacchi, portando Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. Uno degli ultimi episodi più rilevanti risale al 3 marzo, giorno in cui almeno 10 missili sono stati lanciati contro la base di Ain al-Asad, situata nel governatorato occidentale iracheno di Anbar. Qui sono presenti non solo truppe straniere, tra cui quelle di provenienza statunitense, ma altresì soldati iracheni.

Era stata proprio la base di Ain al-Asad ad essere stata colpita, insieme a una struttura nei pressi dell’aeroporto di Erbil, l’8 gennaio 2020. In tal caso, si era trattato di una risposta di Teheran alla morte del generale iraniano della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vicecomandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi, il 3 gennaio 2020, a seguito di un raid ordinato dall’ex presidente statunitense, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Tale episodio è stato considerato l’apice delle tensioni tra Washington e Teheran sul suolo iracheno.

Un altro obiettivo iracheno più volte bersagliato è la Green Zone, un’area fortificata situata nella capitale Baghdad, sede di istituzioni governative e ambasciate, tra cui quella degli Stati Uniti. È del 22 febbraio uno degli attacchi più recenti, il primo dopo circa due mesi contro tale luogo. La lista degli obiettivi oggetto di attacco comprende, poi, l’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. In particolare, il 15 febbraio, un attacco missilistico ha colpito i pressi di una base aerea della coalizione anti-ISIS a guida statunitense. Il bilancio delle vittime include un civile, un “contractor” straniero, deceduto, e almeno 6 feriti, tra cui un soldato statunitense. L’attacco è stato successivamente rivendicato da un gruppo soprannominato Saraya Awlia al-Dam, ovvero i “Guardiani delle Brigate di Sangue”, le quali hanno riferito che il reale obiettivo era rappresentato dalla presenza statunitense in Iraq e che, pertanto, il loro attentato era da considerarsi una forma di vendetta per la morte dei leader martirizzati.

Le tensioni tra Washington e Teheran sul suolo iracheno hanno spesso fatto temere che l’Iraq potesse divenire un campo di battaglia tra i due rivali. Motivo per cui, il Parlamento di Baghdad, il 5 gennaio 2020, aveva proposto al governo di espellere tutte le forze straniere, e nello specifico statunitensi, dal Paese. Tuttavia, il 30 gennaio dello stesso anno, l’esercito iracheno ha riferito che le operazioni con la coalizione contro lo Stato Islamico erano state riavviate. Successivamente, il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kadhimi, ha avviato un “dialogo strategico” con Washington, volto a chiarire il ruolo di quest’ultima nel Paese mediorientale, mentre, al contempo, si è impegnato a salvaguardare la sicurezza degli obiettivi USA. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno avviato una graduale riduzione dei propri soldati in Iraq, al momento pari a quota 2.500.  

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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