Incendio in un centro per migranti a Sanaa: HRW accusa gli Houthi

Pubblicato il 16 marzo 2021 alle 17:31 in Immigrazione Yemen

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La ONG Human Rights Watch ha accusato i ribelli sciiti Houthi di aver dato fuoco ad un centro per migranti nella capitale dello Yemen, Sanaa. Nell’incidente, avvenuto il 7 marzo, sono rimaste uccise almeno 60 persone, la maggior parte delle quali di nazionalità etiope. 

“Decine di migranti sono stati bruciati a morte nello Yemen, il 7 marzo 2021, dopo che le forze Houthi hanno lanciato proiettili non identificati contro un centro di detenzione per richiedenti asilo a Sanaa, provocando un grave incendio”, ha affermato HRW in una dichiarazione, pubblicata martedì 16 marzo. Nella nota, l’organizzazione non governativa ha specificato che i migranti stavano protestando contro il sovraffollamento del centro quando le guardie hanno radunato centinaia di loro in un capannone e hanno cominciato a sparare dall’alto. “I testimoni hanno rivelato che la prima esplosione ha prodotto molto fumo e ha fatto lacrimare gli occhi, provocando prurito e irritazione. La seconda, che i migranti hanno definito una sorta di “bomba”, è esplosa rumorosamente e ha causato un incendio”, ha spiegato Human Rights Watch. Secondo la ricostruzione della ONG, un gruppo di miliziani Houthi, chiamati dai sorveglianti del centro, avrebbe sparato lacrimogeni e granate assordanti contro i migranti. Centinaia di feriti sono attualmente ricoverati negli ospedali di Sanaa. Tuttavia, la massiccia presenza di uomini della sicurezza ostacola gli sforzi delle agenzie umanitarie di raggiungere l’area.

La scorsa settimana, l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) ha chiesto ai ribelli di permetterle di fornire assistenza ai feriti. Secondo quanto riferito, ci sarebbero almeno 170 persone ricoverate in ospedale dopo l’incendio, più della metà in condizioni gravi. A detta dell’IOM, i morti sarebbero almeno 60. Dopo aver contattato Human Rights Watch, il portavoce degli Houthi, Mohammed Abdulsalam, ha chiesto che l’incidente “non venga politicizzato”. “L’evento che ha avuto luogo è stato il normale risultato di incidenti simili che avvengono in tutto il mondo”, ha dichiarato Abdulsalam, proponendo la revoca del blocco saudita all’aeroporto di Sanaa, controllato dai ribelli, in modo che “i migranti possano tornare a casa”.

In effetti, nel pomeriggio di martedì 16 marzo, un totale di 160 migranti africani è stato evacuato dallo Yemen su un volo organizzato dalle Nazioni Unite, in coordinamento con il governo yemenita e con la coalizione araba a guida saudita, che combatte nel Paese contro gli Houthi. “La milizia Houthi ha commesso una grave e atroce violazione dei diritti dei migranti a Sanaa”, ha affermato la coalizione in un comunicato. Anche l’ambasciata yemenita a Washington ha condannato “categoricamente l’odioso crimine commesso dalle milizie Houthi contro i migranti africani detenuti nelle strutture a Sanaa”, secondo quanto scritto in post su Twitter.

Il capo della comunità etiope nello Yemen, Othman Gilto, ha chiesto, il 13 marzo, l’apertura di un’indagine internazionale sull’incendio avvenuto nel centro per migranti di Sanaa. In una conferenza stampa nella capitale, Gilto ha accusato i ribelli Houthi ma anche incolpato di “negligenza” le Nazioni Unite, che attraverso l’IOM e altre agenzie umanitarie operano sul territorio. Circa 900 migranti, per lo più etiopi, erano presenti nella struttura al momento dell’incidente, in condizioni di grave sovraffolamento. Almeno 350 di loro alloggiavano all’interno di un magazzino. “Le condizioni nella struttura di detenzione, che accoglieva il triplo dei migranti che avrebbe potuto accogliere, erano disumane e pericolose”, ha affermato, domenica 14 marzo, António Vitorino, direttore generale dell’IOM. Secondo la portavoce dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni in Yemen, Olivia Headon, l’agenzia ha chiesto che i responsabili vengano processati il prima possibile. “Siamo con le vittime dell’incendio. I migranti hanno urgente bisogno di maggiore protezione e sostegno in Yemen o continueremo a vederli soffrire e perdere la vita. Un passo in questa direzione è garantire che le vittime dell’incendio e le loro famiglie abbiano la giustizia che meritano dopo questo orribile incidente”, ha detto Headon.

I ribelli Houthi, che controllano gran parte dello Yemen settentrionale, inclusa la capitale Sanaa, stanno combattendo un’offensiva militare contro una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e intervenuta nel conflitto il 26 marzo 2015. Quest’ultima sostiene il governo legato al presidente legittimo, Rabbo Mansour Hadi, rovesciato dal gruppo sciita. La guerra, scoppiata a seguito del colpo di stato Houthi del 21 settembre 2014 e ancora in corso, ha devastato la nazione, ormai impoverita, di 29 milioni di abitanti, l’80% dei quali dipende dagli aiuti stranieri. Decine di migliaia di persone sono state uccise negli oltre sei anni di conflitto e milioni sono rimaste sfollate. Le Nazioni Unite definiscono la guerra in Yemen “una delle peggiore crisi umanitarie al mondo”.

Nonostante i disordini, il Paese attrae un numero consistente di migranti dal vicino Corno d’Africa, la maggior parte dei quali tentano di raggiungere gli Stati arabi del Golfo in cerca di una vita migliore. Nel 2019, circa 138.000 migranti hanno intrapreso la traversata dal Corno allo Yemen. Nel 2020, invece, la cifra è precipitata a 37.000 a causa della pandemia di coronavirus. Situato tra due continenti, lo Yemen, storicamente, è sempre stato un Paese di origine, transito e destinazione per rifugiati e richiedenti asilo. Generalmente, i migranti africani cercano di raggiungere via terra il Gibuti e la Somalia, per poi imbarcarsi attraverso il Golfo di Aden, verso lo Yemen, con l’obiettivo di andare poi nei Paesi del Golfo. Secondo l’IOM, i trafficanti utilizzano le zone più colpite dal conflitto come “punti strategici” per portare avanti il loro business.  In particolare, gli scafisti promettono ai migranti un passaggio facile attraverso lo Yemen, dal momento che le autorità locali “sono troppo impegnate ad occuparsi degli scontri” per monitorare i confini. Una volta giunti in territorio yemenita, tuttavia, i migranti vengono a trovarsi in una situazione completamente diversa rispetto a quella annunciata, nel bel mezzo di un conflitto. Al momento, l’IOM non è ancora riuscita ad effettuare una stima precisa degli stranieri morti nel corso delle traversate attraverso lo stretto di Bab al-Mandeb. Il 3 marzo, nell’ultimo incidente accertato, almeno 20 migranti sono morti dopo essere stati gettati in mare dai loro trafficanti durante una traversata dal Gibuti allo Yemen. A bordo del barcone c’erano circa 200 persone. È stata la terza tragedia di questo tipo nel Golfo di Aden in circa sei mesi. 

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Chiara Gentili

di Redazione

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