L’influenza della Turchia in Africa

Pubblicato il 14 marzo 2021 alle 6:45 in Africa Turchia

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Un’analisi dell’Institute for Security Studies (ISS) del 12 marzo ha mostrato in che modo la Turchia sta attualmente espandendo la sua sfera di influenza nel continente africano.

Secondo la valutazione dell’ISS, un centro di ricerca africano che si occupa di sicurezza, la Turchia sta allargando la sua presenza in Africa, passando da appena 12 ambasciate e 100 milioni di dollari di investimenti esteri diretti nel 2003, a 42 ambasciate e 6,5 miliardi di dollari nel 2021. L’ambasciatore della Turchia in Sudafrica, Elif Ulgen, ha dichiarato che, nel 2021, verranno aperte ambasciate anche in Guinea-Bissau e in Togo, e probabilmente anche in Eswatini e in Lesotho.

L’ex capo della Commissione Economica per l’Africa delle Nazioni Unite, Carlos Lopes, ha dichiarato in un post su Twitter che “l’impronta turca in Africa sta diventando più grande di quella dei Paesi europei in un periodo di tempo molto breve”. Secondo le valutazioni dell’ISS, la Turchia vede opportunità economiche non sfruttate in Africa, come fanno altre potenze mediorientali e occidentali. Ma la sua espansione nel continente sembra anche far parte della più ampia ambizione del presidente, Recep Tayyip Erdogan, di rendere “nuovamente grande la Turchia”. Dal 2003, anno in cui è diventato primo ministro, Erdogan ha visitato l’Africa 27 volte.

La Turchia ha ottenuto lo status di osservatore presso l’Unione Africana (UA) nel 2005 e nel 2008 è diventato “partner strategico” dell’UA, ospitando il primo vertice Turchia-Africa a Istanbul. Il secondo vertice Turchia-Africa si è tenuto a Malabo nel 2014. Il terzo, che doveva tenersi l’anno scorso a Istanbul, è stato rinviato a causa della pandemia da coronavirus. Nel 2019, la Turchia ha raggiunto la cifra di 3,9 miliardi di dollari in finanziamenti adibiti allo sviluppo del continente africano. Secondo l’ISS, la Turchia ha anche mostrato una propensione simile alla Cina per la costruzione di grandi infrastrutture statali, come ad esempio una piscina olimpica in Senegal, un porto ampliato e la sua più grande base militare d’oltremare a Mogadiscio, e una grande moschea a Gibuti.

Nel 2011, Erdogan ha fatto la sua prima visita ufficiale in Somalia, per fornire aiuti umanitari a seguito di una carestia, in un momento in cui pochi leader vi si recavano a causa dell’alto rischio rappresentato da al-Shabaab, il più importante gruppo terroristico che opera sul territorio somalo. Nel 2016, il presidente turco ha visitato di nuovo la Somalia per aprire un’ambasciata turca a Mogadiscio, un evento raro secondo l’ISS, in quanto la maggior parte dei Paesi, compreso il Sudafrica, gestisce le sue relazioni diplomatiche con la Somalia a distanza. Nel giugno 2020, la Turchia ha spedito attrezzature mediche al Niger e al Ciad per affrontare la pandemia. In questo senso, la Turchia sta seguendo i passi di molte potenze occidentali in Africa. Tuttavia, secondo l’ISS, la Turchia ha il vantaggio di non essere stata una potenza coloniale, rendendo il suo intervento ben accetto delle popolazioni africane.

Per quanto riguarda il settore della difesa, la Turchia ha anche stabilito una base militare in Somalia nella quale addestra i soldati somali. Secondo l’ISS, si tratta di uno degli sforzi della Turchia per diventare un’importante potenza politica e militare nel Corno d’Africa. Nel 2020, la Turchia ha anche firmato degli accordi con la Nigeria nel settore dell’industria della difesa, rendendo ancora più evidente il suo intento di voler diventare una potenza economica, umanitaria e militare anche nell’Africa subsahariana.

Stando a quanto riferito dalla valutazione dell’Institute for Security Studies, è possibile che la Turchia veda l’Africa come un’opportunità per contrastare i suoi rivali strategici, quali gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto. Questa analisi spiegherebbe in qualche misura il sostegno turco all’Etiopia per quanto riguarda la disputa di quest’ultima con l’Egitto sulla Grande Diga del Rinascimento Etiope che sta costruendo sul Nilo Azzurro. Inoltre, secondo i dati dell’ISS, su un totale di 6 miliardi di dollari già investiti da aziende turche nell’Africa sub-sahariana, 2,5 miliardi di dollari sono andati all’Etiopia.

Da ricordare è anche l’intervento della Turchia nella crisi libica il 2 gennaio 2020 , quando il Parlamento turco aveva approvato un decreto che autorizzava il Governo del presidente Erdogan a inviare le proprie truppe in Libia, a supporto dell’esercito del Governo di Tripoli, altresì noto come Governo di Accordo Nazionale (GNA). Secondo l’ISS, l’intervento è stato motivato sia da interessi economici, per assicurarsi concessioni di gas al largo delle coste libiche, sia da interessi geopolitici. Di fatto, contro Tripoli c’era il generale Khalifa Haftar, de facto Capo di Stato Maggiore del Governo libico rivale del GNA, sostenuto ufficialmente dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto e dalla Russia. L’intervento della Turchia, sostenuta finanziariamente dal suo alleato mediorientale, il Qatar, è stato decisivo per fermare l’avanzata di Haftar su Tripoli. In seguito, gli attori libici sono arrivati a trattare un cessate il fuoco il 23 ottobre 2020 e un accordo politico che dovrebbe culminare nelle elezioni previste per il 24 dicembre.

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Julie Dickman

di Redazione

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