Myanmar: Seoul blocca legami con la giunta militare, continua la violenza

Pubblicato il 12 marzo 2021 alle 17:58 in Corea del Sud Myanmar

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La Corea del Sud ha annunciato, il 12 marzo, che sospenderà gli scambi in materia di difesa con il Myanmar e bloccherà le esportazioni di armi, alla luce della repressione violenta delle proteste contro la giunta militare che ha preso il potere lo scorso primo febbraio.

Il Ministero degli Affari Esteri della Corea del Sud ha anche aggiunto che il governo di Seoul limiterà le esportazioni di altri beni strategici, riconsidererà gli aiuti al Myanmar e garantirà diritti umanitari ai cittadini birmani per restare nel proprio Paese, fin quando la situazione non migliorerà. In Myanmar, Seoul porterà avanti solamente iniziative legate alle condizioni di vita della popolazione birmana e iniziative per gli aiuti umanitari.

Dal 6 febbraio scorso, in Myanmar sono in corso proteste contro i militari al potere per chiedere il ritorno alla democrazia e il rilascio dei membri del governo civile incarcerati, compresa la leader Aung San Suu Kyi. Secondo il gruppo Assistance Association for Political Prisoners (AAPP), dal primo febbraio ad oggi, in Myanmar sarebbero morti 70 manifestanti a causa della repressione violenta del movimento. Ciò nonostante le proteste stanno continuando in tutto il Paese.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi. Quest’ultima, l’11 marzo scorso, ha ricevuto nuove accuse di corruzione secondo le quali avrebbe accettato pagamenti illegali in oro e per 600.000 dollari.

Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha anche arrestato più politici locali della NDL, attivisti e critici delle forze armate in tutto il Paese. Anche alcuni giornalisti stranieri si troverebbero in carcere, compreso un giornalista polacco, arrestato il 12 marzo.

A livello internazionale, più Paesi, compresi quelli del G7, hanno condannato i fatti e alcuni hanno adottato misure punitive. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con la giunta militare, mentre, gli USA, il Canada e il Regno Unito hanno adottato sanzioni.

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che, dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica che ha portato alle prime elezioni nel 2011. Ad oggi, all’Esercito spetta ancora un quarto delle sedute in entrambe le aule del Parlamento e alcuni ministeri. In tale contesto, Aung San Suu Ky è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita, almeno quindici, agli arresti domiciliati, durante il regime militare, per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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