Guinea-Bissau: giornalista rapito e gravemente ferito

Pubblicato il 11 marzo 2021 alle 16:57 in Africa Guinea Bissau

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Un giornalista freelance con sede in Guinea Bissau, Antonio Aly Silva, ha subito danni fisici estremi quando, il 9 marzo, è stato rapito e gli è stata tagliata la lingua da un gruppo di persone non identificate.

La notizia è stata resa nota l’11 marzo dal quotidiano Africa News. Secondo la fonte, Silva ha accusato il Governo di essere complice del suo rapimento e dell’aggressione, affermando che continuerà il suo lavoro da giornalista nonostante l’attacco che gli ha quasi tolto la vita. “Ho dolori in tutto il corpo, non posso mangiare, mi hanno tagliato la lingua” ha dichiarato il giornalista in merito alle sue condizioni fisiche.

Testimoni oculari hanno informato che Silva è stato rapito, sequestrato e scaricato a Bolola, nella zona industriale di Bissau. Il giornalista è un sostenitore di Domingos Simoes Pereira, candidato sconfitto alle elezioni presidenziali del 2019. È anche autore del blog “Dittatura del consenso”, nel quale aveva accusato la comunità internazionale di aver acconsentito il colpo di Stato che ha spodestato Pereira.

Secondo un’organizzazione non governativa guineana, Silva sta attualmente ricevendo cure mediche in una clinica privata a Bissau, la capitale del Paese. Inoltre, stando quanto riferito dalla fonte, la polizia ha dichiarato di essere “all’oscuro delle circostanze di questo atto criminale”. In merito all’aggressione, la Lega Guineiana per i Diritti Umani ha ricordato che la Guinea-Bissau è uno Stato di diritto democratico in cui la libertà di espressione e di informazione è una “colonna portante del sistema”, e qualsiasi reato che violi l’esercizio di questo diritto fondamentale deve essere perseguito secondo le leggi in vigore nel Paese.

La Guinea-Bissau ha ottenuto la sua indipendenza dal Portogallo nel 1974 ed è uno dei Paesi più poveri del mondo. La nazione ha un enorme debito estero e un’economia che dipende fortemente dagli aiuti stranieri, oltre ad essere un luogo di trasbordo per la il traffico di droga. Le tensioni politiche più recenti del Paese sono iniziate nell’agosto 2015, quando il presidente Jose Mario Vaz, in carica dal 23 giugno 2014, ha rimosso l’allora primo ministro Domingos Pereira, ampiamente sostenuto dalla popolazione e da numerosi investitori occidentali. Tale mossa ha innescato un periodo di instabilità che ha portato ad un vero e proprio stallo. L’accordo di Conakry avrebbe dovuto risolvere tale situazione, tuttavia, importanti clausole del patto non sono state rispettate, creando ulteriori problemi tra le élite politiche locali.

Il primo gennaio 2020, Embalo è stato nominato presidente della Guinea Bissau, con il 53.55% dei voti, sconfiggendo Pereira, leader del PAIGC. Per cercare di ottenere il supporto dei candidati eliminati e dei loro sostenitori, Embalo si è presentato come “unificatore” del Paese e ha promesso di riportare la stabilità politica, provando a sbloccare l’impasse istituzionale e a modernizzare la nazione, che conta circa 1.6 milioni di abitanti.

Secondo Reporters Without Borders, un’organizzazione internazionale che tutela i diritti dei giornalisti, l’impasse politica di questi anni ha polarizzato i media e i giornalisti, indebolendoli e lasciandoli estremamente vulnerabili all’influenza e alla pressione politica. L’attuale situazione ha anche portato a un aumento dell’ingerenza del Governo nei media di proprietà statale, i cui direttori sono stati tutti sostituiti. Il personale dell’emittente televisiva pubblica, Televisao Guinea-Bissau (TGB), ha scioperato per lo stesso motivo nel gennaio 2019. Nel febbraio 2020, soldati simpatizzanti di del presidente Embalo hanno occupato la sede della radio e della TV statale, accusando i suoi giornalisti di “parzialità” a favore del suo rivale di Embalo, Pereira. In Guinea-Bissau, ad oggi, il diritto di accesso all’informazione non è garantito e i giornalisti sono ancora soliti censurarsi quando coprono le inefficienze del Governo, il crimine organizzato e la continua influenza dei militari. Alcuni giornalisti sono fuggiti all’estero per evitare minacce e intimidazioni.

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Julie Dickman

di Redazione

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