L’Onu “costernata” dagli ultimi sviluppi nelle Filippine

Pubblicato il 10 marzo 2021 alle 7:00 in Asia Filippine

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Le Nazioni Unite hanno affermato, il 9 marzo, di essere “costernate” da quelle che sembrerebbero essere “uccisioni arbitrarie” di 9 attivisti da parte delle forze armante delle Filippine, nel contesto della lotta al comunismo del presidente filippino, Rodrigo Duterte.

Il portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, Ravina Shamdasani, ha chiarito che, in totale, 8 uomini e una donna sono stati uccisi il 7 marzo scorso durante un’operazione delle forze di sicurezza contro vari gruppi a sostegno delle libertà civili, considerati appartenenti al “fronte comunista” dal governo di Manila. Le uccisioni sono avvenute durante operazioni concomitanti nelle province circostanti la capitale Manila di Batangas, Cavite, Laguna e Rizal. Le vittime sarebbero state attivisti per i diritti dei lavoratori, delle comunità di pescatori e degli indigeni.

Shamdasani ha affermato di temere che le ultime morti nelle Filippine possano indicare un aumento delle violenze, delle intimidazioni e degli abusi contro i difensori dei diritti umani nel Paese asiatico, utilizzando la scusa della lotta al comunismo.

Lo scorso 5 febbraio, Duterte ha dato ordine all’Esercito e alla polizia di uccidere i ribelli comunisti nel caso in cui dovessero affrontarli in uno scontro armato. Il presidente ha specificato di “finire” coloro che fossero rimasti vivi” e di assicurarsi che le loro salme vengano riconsegnate alle rispettive famiglie. Duterte aveva dichiarato: “Dimenticatevi dei diritti umani. Questo è il mio ordine. Sono disposto ad andare in galera […] Non mi faccio scrupoli a fare ciò che devo fare”. Rivolgendosi direttamente ai ribelli comunisti, Duterte aveva quindi annunciato: “Siete tutti banditi. Non avete un’ideologia. Anche la Cina e la Russia sono capitaliste adesso”. Il presidente aveva però promesso loro lavoro, abitazioni e buone condizioni di vita se abbandoneranno le armi.

Dal 1968, nelle Filippine, sono presenti gruppi comunisti che hanno lottato contro il governo e che hanno dato vita a quella che Al-Jazeera English ha definito “una delle rivolte maoiste più longeve del mondo”. Secondo l’Esercito, la ribellione comunista avrebbe causato la morte di 30.000 persone negli ultimi 53 anni. In tale arco temporale, più presidenti filippini hanno cercato di raggiungere accordi di pace con i ribelli, senza, però, ottenere successo. Il leader della rivolta, Jose Maria Sison, è al momento, in esilio volontario nei Paesi Bassi, dal 2016.

In tale anno, Duterte aveva promesso che avrebbe messo fine all’insurrezione attraverso negoziati di pace. Tuttavia, dopo aver istituito un meccanismo di dialogo, in seguito a frequenti scontri armati, nel 2017 il presidente filippino aveva messo fine al processo di pace e aveva designato ufficialmente i comunisti come terroristi. A quel punto è iniziata una nuova ondata di repressione che prevedeva anche ricompense sulle uccisioni dei ribelli. Nel 2018, le filippine hanno poi creato un’apposita task-force.

I critici di Duterte, però, ritengono che, oltre ai ribelli, il governo stia colpendo anche i politici di sinistra in generale, gli accademici, i giornalisti e gli attivisti, accusandoli di essere comunisti. In molti temono poi che, con l’annuncio del 5 marzo, Duterte possa aver innescato un movimento di lotta simile alla guerra contro la droga che aveva causato l’uccisione dalle 6.000 alle 27.000 persone.

A giugno 2020, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Michelle Bachelet, aveva stilato una relazione sulle Filippine, evidenziando gravi mancanze nelle operazioni della polizia. Oltre a questo, vi sarebbe una pressoché totale impunità per l’utilizzo letale della forza da parte delle forze armate in generale.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione