Incontro Sudan-Arabia Saudita: al centro gli investimenti nel Mar Rosso

Pubblicato il 10 marzo 2021 alle 19:16 in Arabia Saudita Sudan

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Il primo ministro sudanese, Abdalla Hamdok, ha incontrato, martedì 9 marzo, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, Mohammed bin Salman, per discutere delle opportunità di investimento del Regno nel Mar Rosso e delle relazioni tra i due Paesi. Una delegazione sudanese di alto livello, composta da 5 ministri, dal capo dell’intelligence e dal governatore della Banca centrale, è volata a Riad per una visita di due giorni. La nazione dell’Africa orientale sta lottando per rilanciare la sua economia in difficoltà e garantire una transizione verso un governo democratico. Dopo anni di isolamento durante la presidenza di Omar al-Bashir, deposto nell’aprile 2019, il Sudan è tornato nell’arena internazionale e sta cercando di rifondare la sua economia per attirare gli investimenti stranieri di cui ha bisogno per ripartire. L’economia del Sudan è sull’orlo del baratro negli ultimi mesi, con l’inflazione che ha superato il 300% a gennaio 2021.

L’Arabia Saudita svolge un ruolo importante nel sostenere il processo di pace sudanese”, ha detto il primo ministro Hamdok, ringraziando il principe ereditario per il suo contributo alla transizione politica della nazione africana e per l’aiuto nell’ottenere i finanziamenti necessari a risollevare l’economia in crisi. L’incontro tra i funzionari sudanesi e il sovrano de facto dell’Arabia Saudita “è stato amichevole e stabilisce un nuovo capitolo” nei legami tra i due Paesi, ha sottolineato la dichiarazione di Khartoum. Le discussioni sono state incentrate sui progetti di investimento sauditi, sulla “trasformazione” del Mar Rosso in “una vasta area di sviluppo per sradicare le radici del terrorismo e della povertà” e sulle strategie per aumentare il turismo.

Il Mar Rosso è ampiamente presente nella cosiddetta Vision 2030 dell’Arabia Saudita, volta a diversificare l’economia del Regno rendendola meno dipendente dal petrolio e creando zone commerciali lungo la costa. Il ministro delle Finanze sudanese, Gibril Ibrahim, ha elogiato i colloqui, descritti come un “grande successo”, e ha affermato che il Regno ha in programma di aumentare gli investimenti nelle infrastrutture del Sudan, incluse quelle nei settori dell’agricoltura e il bestiame. I terreni agricoli sudanesi rimangono un interesse chiave per gli Stati arabi del Golfo, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che importano la maggior parte degli alimenti dall’estero.

Parlando degli obiettivi del governo sudanese, il leader del consiglio del Fronte rivoluzionario, Mohamed Zakariya, ha osservato che la presenza dei ministri delle Finanze, dell’Agricoltura, dell’Allevamento e della Silvicoltura, nonchè quella del capo del servizio di intelligence, nella delegazione di Khartoum, dimostra che il Paese si sta impegnando a sostenere la pace e a stabilizzarla e che l’apertura nei confronti dell’Arabia Saudita è finalizzata ad attuare i piani di sviluppo che Hamdok ha annunciato al momento del suo insediamento. Parlando con il quotidiano The Arab Weekly, Zakaria ha altresì notato la partecipazione agli incontri di Riad del cosiddetto Peace Bloc, un partner politico all’interno del governo di transizione sudanese il cui ruolo potrebbe offrire maggiori garanzie agli investimenti sauditi negli stati periferici del Sudan. Il Regno si sarebbe infine dimostrato disponibile a fornire l’assistenza necessaria per lo sviluppo di progetti agricoli, in particolare nelle regioni del Nilo Azzurro, del Sud Kordofan e del Darfur, in un modo che avvantaggerebbe entrambe le parti.

Il ricercatore del Center for International Studies di Khartoum, Al-Rasheed Muhammad Ibrahim, ha sottolineato che l’Arabia Saudita e gli Emirati hanno accettato di fornire supporto al Sudan attraverso una serie di progetti in corso di attuazione. L’esperto ha spiegato a The Arab Weekly che si starebbe rafforzando la consapevolezza dei due Paesi del Golfo sulle minacce che l’Egitto e il Sudan devono affrontare per quanto riguarda la crisi della sicurezza idrica e ha evidenziato che la visita a Riad potrebbe essere stata un’opportunità per discutere delle strategie su come affrontare l’intransigenza etiope riguardo al riempimento della Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), in costruzione sul fiume Nilo Azzurro. A questo proposito, Ibrahim ha affermato che il Sudan non intraprenderà azioni unilaterali e ha assicurato che il Paese rimane desideroso di coordinarsi con gli attori arabi.

La visita di martedì segna la prima volta, dal rovesciamento di al-Bashir, che un numero significativo di leader civili sudanesi ha visitato l’Arabia Saudita, una nazione che aveva coltivato stretti legami con l’ex presidente e che, dopo il suo rovesciamento, sembrava voler favorire l’ascesa dei militari al potere. Dopo la caduta del vecchio governo, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno promesso 3 miliardi di dollari di aiuti all’allora consiglio militare del Sudan, con metà dell’importo già consegnato. 

Nel frattempo, martedì 9 marzo, gli Stati Uniti hanno invitato il Sudan ad implementare gli sforzi per costruire “un governo inclusivo e rappresentativo che garantisca la pace, sostenga le persone in difficoltà e aiuti coloro che hanno sofferto a ottenere giustizia”. L’ambasciatore statunitense nel Paese, Linda Thomas-Greenfield, ha chiesto l’attuazione dell’accordo di pace di Juba, firmato il 3 ottobre scorso dal governo di transizione a guida civile e dai gruppi ribelli, affermando che finora “il popolo sudanese non ha visto l’impegno delle parti firmatarie necessario per il progresso” . L’ambasciatore ha poi riferito al Consiglio di sicurezza dell’ONU che Khartoum dovrebbe altresì completare la formazione di un Consiglio legislativo di transizione inclusivo, in cui le donne rappresentino almeno il 40% dei membri. L’8 febbraio, Hamdok ha annunciato la formazione di un nuovo gabinetto, che ha coinvolto sette ex capi ribelli come ministri ed ha prestato giuramento due giorni dopo. La mossa è stata decisa come parte dell’accordo di condivisione del potere che le autorità di transizione hanno siglato a Juba con l’alleanza ribelle. “Questa formazione mira a preservare il Paese dal collasso. Sappiamo che ci saranno delle sfide ma siamo certi che andremo avanti”, aveva dichiarato il premier durante una conferenza stampa a Khartoum.

Il più grande gruppo ribelle del Sudan, il Movimento di liberazione-Nord, guidato da Abdel-Aziz Al-Hilu, ha tenuto colloqui con il governo di transizione ma non ha ancora raggiunto un accordo con le autorità. Un altro importante gruppo ribelle, il Movimento-Esercito di Liberazione del Sudan, nella regione del Darfur, guidato da Abdel-Wahid Nour, ha rifiutato il governo di transizione e non ha finora preso parte alle discussioni.

L’ambasciatore Thomas-Greenfield ha riferito di un “attacco scioccante” nel Darfur occidentale, il 18 gennaio, in cui circa 163 persone sono state uccise, definendolo “un tragico promemoria delle minacce in corso che i civili devono affrontare nel Paese”. Ha chiesto al governo di istituire forze di sicurezza, di rafforzare lo Stato di diritto e le istituzioni giudiziarie nel Darfur, compreso il Tribunale speciale per i crimini del Darfur. Volker Perthes, il nuovo inviato speciale delle Nazioni Unite per il Sudan, ha dichiarato nel suo primo briefing al Consiglio di Sicurezza che “la nazione sta compiendo progressi significativi nella sua transizione. Tuttavia, le restanti sfide sono notevoli”. Perthes ha poi affermato che “le difficoltà economiche stanno mettendo a rischio la stabilità del Sudan” e che l’inflazione ha raggiunto livelli preoccupanti. L’inviato ha sottolineato che il Paese soffre di alti tassi di disoccupazione e povertà, con 13,4 milioni di persone, ovvero un quarto della popolazione, che hanno bisogno di assistenza umanitaria. Perthes e Thomas-Greenfield hanno infine espresso entrambi preoccupazione per l’aumento delle tensioni lungo il confine tra Sudan ed Etiopia.

Il governo di transizione deve affrontare gravi sfide, tra cui un enorme deficit di bilancio, una diffusa carenza di beni essenziali e l’aumento dei prezzi del pane e di altri alimenti di base. Il Paese ha un debito di 70 miliardi di dollari e il rapido deterioramento delle condizioni economiche ha innescato proteste a Khartoum e in altre città del Paese. Il 21 febbraio, il Sudan ha avviato una svalutazione gestita della sua valuta, nel tentativo di superare la crisi economica e accedere alla riduzione del debito del Paese.

Il Sudan sta attraversando una fragile transizione dalla cacciata del presidente al-Bashir. La nuova amministrazione, a maggioranza civile, si è impegnata nel tentativo di stabilizzare le regioni colpite da decenni di guerra civile. Secondo le Nazioni Unite, nel Darfur, il conflitto principale si sarebbe placato nel corso degli anni, ma gli scontri etnici e tribali continuerebbero a divampare periodicamente, soprattutto tra pastori arabi nomadi e agricoltori sedentari dei gruppi etnici non arabi.

Tra gli ultimi sviluppi positivi registrati nel Paese, il 14 dicembre, dopo 27 anni, gli Stati Uniti hanno formalmente rimosso il Sudan dalla lista nera degli Stati sponsor del terrorismo. Il governo degli Stati Uniti aveva aggiunto il Sudan alla sua lista di “Paesi sostenitori del terrorismo” nel 1993 ritenendo che il governo di al-Bashir stesse supportando le organizzazioni terroristiche e offrendo rifugio ai loro membri. Tale designazione aveva reso impossibile per il Sudan accedere ad agevolazioni quali la cancellazione del debito o finanziamenti provenienti da istituti internazionali.

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Chiara Gentili

 

di Redazione

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