Myanmar: gli ultimi sviluppi interni e internazionali

Pubblicato il 8 marzo 2021 alle 9:43 in Australia Myanmar

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I sindacati birmani hanno chiesto alla popolazione di bloccare l’economia con scioperi di massa a partire dall’8 marzo, in seguito ad un fine settimana di proteste violente. Intanto, un membro della Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito deposto lo scorso primo febbraio dall’Esercito, è morto in custodia dei militari. L’Australia ha deciso di interrompere i legami militari con il Myanmar, mentre la Cina si è detta pronta a lavorare con tutte le parti.

Il 7 marzo, dopo due giorni di proteste caratterizzate dall’uso di violenza, i principali nove  sindacati birmani hanno chiesto ai propri membri di bloccare l’economia per mettere sotto pressione la giunta militare al potere. In una dichiarazione, i sindacati hanno annunciato che il normale svolgimento delle attività economiche nel Paese non farà altro che beneficiare i militari, i quali starebbero “reprimendo l’energia del popolo birmano”. L’8 marzo, nella più grande città del Paese, Yangon, molte attività commerciali sono quindi restate chiuse, mentre la polizia è tornata in strada per prevenire riunioni tra i manifestanti. Ciò nonostante, la popolazione si è riversata nelle principali città del Paese.

Le giornate del 6 e 7 marzo sono state caratterizzate da proteste in tutto il Paese, sfociate in violenza. A Yangon, la polizia ha aperto il fuoco contro i manifestanti, utilizzato granate stordenti e lacrimogeni e ha occupato diversi ospedali e università, allestendovi accampamenti. Secondo una stima dell’Onu, dal primo febbraio ad oggi le autorità birmane avrebbero ucciso più di 50 persone per sedare le proteste.

Il 7 marzo, poi, è stato annunciato che un funzionario della NDL, Khin Maung Latt, è morto mentre si trovava in custodia dei militari birmani per cause ancora non rese note. Secondo alcune indiscrezioni di alcuni membri dello stesso partito, alcune ferite sulla testa e sul corpo della vittima farebbero supporre che l’uomo abbia subito violenze.

A livello internazionale, parlando ad una conferenza stampa annuale, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha ricordato che la Cina ha relazioni amichevoli e di lunga data con tutte le parti birmane, compresa la NDL. Pechino ha affermato che a prescindere dalla situazione birmana, intende portare avanti le relazioni bilaterali. Secondo quanto riferito il 7 marzo da un lobbista israeliano statunitense assunto dalla giunta militare birmana, Ari Ben-Menashe, però, i generali vorrebbero allontanare il Paese dall’influenza cinese e avvicinarsi agli USA. Per i capi militari, la leader deposta, Aung San Suu Kyi, negli anni avrebbe fatto avvicinare eccessivamente il proprio Paese a Pechino.

Il 7  marzo, invece, l’Australia ha annunciato la sospensione del programma di cooperazione bilaterale di difesa con il Myanmar e ha dichiarato che il proprio governo si interfaccerà solamente con organizzazioni non governative. Canberra ha poi affermato che si adopererà per assistere le minoranze che versano in condizioni di emergenza umanitaria, quali i rohingya. Oltre a questo, l’australia ha anche richiesto il rilascio di un proprio connazionale arrestato dai militari, l’economista consigliere del governo deposto Sean Turnell.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi.

A livello internazionale, più Paesi, compresi quelli del G7, hanno condannato i fatti e alcuni hanno adottato misure punitive. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con la giunta militare, mentre, gli USA, il Canada e il Regno Unito hanno adottato sanzioni. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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