La visita di Papa Francesco in Iraq: dalle parole ai fatti

Pubblicato il 8 marzo 2021 alle 10:46 in Iraq Italia

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Si conclude oggi, lunedì 8 marzo, la visita “storica” di Papa Francesco in Iraq, iniziata il 5 marzo scorso. Accanto ai messaggi inviati dal Pontefice dalle città irachene visitate, sono diverse le iniziative che si prevede verranno lanciate, soprattutto a beneficio della comunità cristiana in Iraq.

Come riportato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, né il governo di Baghdad né la presidenza irachena hanno ancora divulgato i dettagli sui colloqui che hanno visto impegnati Papa Francesco, il presidente della Repubblica, Barham Salih, e il primo ministro, Mustafa al-Kadhimi. Da parte sua, la popolazione ha accolto con favore l’arrivo del pontefice nel Paese, il quale si è recato nella capitale Baghdad, a Najaf, Dhi Qar, Erbil, Mosul e nella Piana di Ninive, nel Nord dell’Iraq. La visita, a detta di al-Araby al-Jadeed, ha contribuito a mettere in risalto la diversità che caratterizza la società irachena, ma altresì le sofferenze della comunità cristiana e di altre componenti residenti nel Paese mediorientale, le quali, oltre alla “invasione statunitense” del 2003 e alla minaccia dello Stato Islamico, sono state vittima di operazioni e attacchi terroristici perpetrati dai cosiddetti gruppi “takfiri” e da milizie armate, all’origine di ondate di sfollamento “senza precedenti”.

Stando a quanto rivelato da un funzionario del governo iracheno ad al-Araby al-Jadeed, il premier al-Kadhimi ha discusso con il pontefice di alcuni piani volti a porre fine al sequestro delle proprietà appartenenti alle comunità cristiane irachene, in particolare a Baghdad e Ninive, e a favorire sicurezza e stabilità nelle regioni di Ninive e Mosul. Si prevede che ciò verrà effettuato limitando l’influenza dei gruppi armati che sfuggono al controllo dello Stato e affidando compiti alle forze di sicurezza “regolari”, consentendo agli sfollati di ritornare nelle proprie abitazioni. Parallelamente, sono stati delineati programmi volti a risarcire coloro che hanno visto le proprie case crollare e a ricostruire le chiese e i monasteri distrutti. Sebbene si tratti di progetti semplicemente delineati, il Vaticano, ha riferito il funzionario di Baghdad, si è detto disposto a sostenere tali operazioni.

Un altro funzionario iracheno, proveniente dal governatorato di Ninive, ha invece dichiarato che la visita di Papa Francesco darà nuovo impulso ad alcuni dossier di carattere umanitario, con particolare attenzione a Ninive, una regione che ospita il maggior numero di cristiani iracheni. La popolazione attende, nello specifico, misure volte a migliorare i servizi offerti, a rafforzare la stabilità e la sicurezza e a favorire il ritorno volontario degli sfollati, fornendo loro risarcimenti e compensi finanziari.

Come riferito da al-Araby al-Jadeed, il numero di cristiani residenti in Iraq ammonta a meno di 500.000, sebbene alla fine degli anni ’90, con l’ultimo censimento prima dell’ingresso di Washington nel Paese, la cifra ammontasse a circa due milioni. La maggior parte dei cristiani iracheni si è recata in Paesi occidentali, tra cui Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Svezia, dove la loro permanenza è stata favorita da programmi appositamente delineati dai Paesi ospitanti per le minoranze religiose irachene.

È la prima volta che un pontefice si è recato nel luogo di nascita delle Chiese orientali. Nel 1999, una visita simile fu programmata da Papa Giovanni Paolo II, ma venne successivamente annullata alla luce della situazione di instabilità e della “crisi con l’Occidente”. Tuttavia, anche il viaggio di Papa Francesco non è stato privo di timori, considerata la perdurante diffusione della pandemia di Coronavirus e le minacce poste dalle cellule terroristiche ancora attive nel Paese.

In tale quadro, un politico iracheno, Yonadam Kanna, esponente dell’Assyrian Democratic Movement, ha affermato che il Pontefice, con la sua visita, ha voluto rispondere alle “illusioni” seminate dall’ISIS in Iraq, così come agli insulti contro l’Islam, alla base dell’islamofobia, lanciando messaggi di solidarietà e invitando la comunità internazionale a sostenere l’Iraq. A detta di Kanna, Papa Francesco si è poi rivolto al governo iracheno, esortandolo a garantire giustizia e ad ascoltare le richieste della popolazione, affinché le comunità cristiane non siano più costrette ad emigrare. Ad ogni modo, il popolo ora desidera mosse concrete, e non solo promesse e dichiarazioni.

In tale quadro, un ex deputato e capo del blocco “Warka”, Joseph Salwa, ha commentato la visita di Papa Francesco, affermando che questa ha visto il governo di Baghdad, così come quello di Erbil, nel ruolo di “colombe della pace”, mentre, in realtà, sono da ritenersi anch’essi responsabili delle sofferenze dei cristiani emarginati e sfollati. Motivo per cui, a detta di Salwa, sarebbe stato necessario discutere dapprima di questioni quali discriminazione e razzismo all’interno della Costituzione, dell’imposizione della legge islamica ai non musulmani e delle garanzie volte ad assicurare la permanenza delle diverse componenti religiose e sociali. Il rischio, a detta di Salwa, è che tra dieci anni nessun fedele cristiano rimanga più in Iraq.

Da parte sua, un esperto di affari iracheni, Ahmed Al-Nuaimi, ha affermato che la visita di Papa Francesco ha avuto un carattere umanitario più che religioso e non è da escludersi un maggiore sostegno internazionale, a seguito del viaggio, volto alla ricostruzione di aree quali Ninive e Mosul e ad esercitare pressioni per porre fine all’influenza di milizie armate “alleate con l’Iran”. A tal proposito, il quotidiano al-Arabiya ha messo in luce come la visita del Papa non abbia ricevuto ampia eco tra i media iraniani, mentre un quotidiano in lingua persiana, Farheekhtegan, ha definito il viaggio del Pontefice una “cospirazione”, volta sia a giustificare la legittimità di Israele sia a rafforzare l’influenza della componente cristiana in Iraq.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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