India: detenzioni di massa di persone di etnia rohingya, possibili deportazioni

Pubblicato il 8 marzo 2021 alle 17:18 in Immigrazione India Myanmar

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Le autorità indiane hanno incarcerato un totale di oltre 160 persone di etnia rohingya nell’area del Jammu, situata nella porzione della regione del Kashmir sotto il controllo dell’India, dal 6 all’8 marzo.

Le detenzioni sono iniziate dopo che l’amministrazione regionale ha ordinato alla polizia locale di identificare tutti i rohingya presenti illegalmente nelle baraccopoli della città di Jammu. Le persone arrestate fino all’8 marzo sono state quindi portate nel carcere di Hiranagar, situato a 59 km da Jammu, diventato un centro di detenzione per i rohingya.

Secondo quanto affermato da funzionari locali, i detenuti saranno deportati in Myanmar, dove dal primo febbraio scorso, l’Esercito ha sottratto il potere alle autorità civili, innescando proteste della popolazione che hanno finora causato la morte di oltre 50 persone. In particolare, secondo la polizia indiana, dopo aver verificato la nazionalità degli “immigrati illegali” i loro dati saranno inviati al Ministero degli Affari Esteri di Nuova Delhi che organizzerà poi la loro deportazione in Myanmar. Un funzionario dell’UNHCR ha poi affermato in condizione di anonimità che la propria organizzazione non è ancora riuscita a contattare le autorità indiane coinvolte.

I leader della comunità dei rohingya in India e gli attivisti locali sono preoccupati dalle ultime mosse delle autorità indiane e temono che gli eventi siano il segno di una crescente ostilità da parte del governo a guida induista di Nuova Delhi. Secondo i rappresentanti dei rohingya in India, le persone di tale etnia dovrebbero essere lasciate nel Paese, almeno fin quando la situazione in Myanmar migliorerà. Per un avvocato dei diritti umani indiano, Ravi Nair, poi, le azioni delle autorità starebbero violando leggi nazionali e internazionali, essendo i rohingya rifugiati.

Le loro detenzioni hanno preoccupato anche la popolazione locale. Nell’area di Narwal, ad esempio, più di 300 persone appartenenti a tale etnia sono state sottoposte a test coronavirus e scansione biometrica. Successivamente è stato chiesto loro di mostrare il documento di identità fornito dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR). Alcuni sono stati poi fatti salire su autobus e sono stati portati via. Secondo alcuni testimoni in loco, più famiglie sarebbero state divise. Al momento, sarebbero circa 300 i rohingya detenuti in diverse carceri indiane, accusati di non avere con sé documenti validi.

Negli ultimi anni sono stati circa 5.000 i rohingya che hanno cercato rifugio a Jammu, scappando dal Myanmar. In India, in generale, ci sono invece 40.000 persone appartenenti a tale etnia che vivono nelle baraccopoli e nei campi profughi di varie città e regioni quali Jammu, Hyderabad, Nuh e Nuova Delhi. Molti di loro non avrebbero documenti.

I rohingya sono una popolazione musulmana concentrata soprattutto nello Stato birmano di Rakhine, confinante con il Bangladesh, che non è mai stata riconosciuta ufficialmente come un gruppo etnico indigeno birmano ma che è invece ritenuta una popolazione migrata in Myanmar dal Bangladesh. Già dal 2016, erano emerse alcune notizie riguardo violenze di massa contro i rohingya perpetrate dall’Esercito birmano in tale Stato, poi, dal 25 agosto 2017, è esplosa la violenza dei militari contro tale minoranza, costringendo oltre 742.000 persone a recarsi nel vicino Bangladesh in quello stesso anno. L’organizzazione Medici senza frontiere ha stimato che, solamente nel primo mese di tale campagna di repressione, siano state uccise 6.700 persone, di cui 730 erano bambini di età inferiore ai cinque anni. Nel 2018, poi, un gruppo di ribelli dello Stato di Rakhine ha formato il cosiddetto Arakan Army e sta combattendo contro l’Esercito del Myanmar.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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