Gli USA ribadiscono l’impegno a difesa dell’Arabia Saudita

Pubblicato il 8 marzo 2021 alle 18:40 in Arabia Saudita USA e Canada

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A seguito di una serie di attacchi missilistici rivendicati dai ribelli sciiti Houthi contro una struttura vitale per l’esportazione di petrolio, gli Stati Uniti hanno ribadito il proprio impegno a difesa dell’Arabia Saudita.

Gli attacchi in questione sono avvenuti il 7 marzo e hanno colpito un deposito di petrolio della compagnia saudita Aramco, a Ras Tanura, il più grande impianto di carico di petrolio offshore del mondo, e un complesso residenziale a Dhahran utilizzato dal gigante petrolifero. “Gli atroci attacchi degli Houthi contro i civili e le infrastrutture vitali dimostrano la mancanza di rispetto per la vita umana e il disprezzo per gli sforzi di pace”, ha riferito l’ambasciata degli Stati Uniti a Riad con un post su Twitter in lingua araba. “Gli Stati Uniti sostengono l’Arabia Saudita e il suo popolo. Il nostro impegno a difendere il Regno e la sua sicurezza è fermo”, si legge nel tweet. 

Il portavoce del ministero della Difesa saudita, il colonnello Turki al-Malki, ha riferito al canale televisivo Al Arabiya che l’Iran stava contrabbandando missili e droni agli Houthi. In passato, Teheran aveva negato accuse simili. Da parte sua, Riad ha ripetutamente affermato che il programma missilistico balistico iraniano e il sostegno ad alcune milizie nella regione, tra cui gli Houthi in Yemen, dovrebbero essere discussi durante eventuali colloqui per un nuovo accordo sul nucleare con l’Iran, da cui Donald Trump si è ritirato unilateralmente l’8 maggio 2018. 

Per quanto riguarda gli attacchi del 7 marzo, gli Houthi hanno rivendicato il lancio di 14 droni e 8 missili balistici contro obiettivi militari nelle città saudite di Dammam, Asir e Jazan. Dall’altra parte, la coalizione a guida saudita ha affermato di aver intercettato e distrutto 12 droni, senza specificare dove fossero diretti e due missili balistici, che invece erano stati lanciati verso Jazan. Gli assalti in questione, che hanno portato i prezzi del greggio Brent al di sopra dei 70 dollari al barile, i massimi da gennaio 2020, arrivano in un momento delicato per l’alleanza tra Arabia Saudita e Stati Uniti, a seguito delle pressioni esercitate dal presidente Joe Biden su Riad per mettere fine proprio alla guerra in Yemen.

Il 4 febbraio, parlando della politica estera statunitense, il presidente Biden ha dichiarato che il proprio Paese avrebbe posto fine al sostegno fornito alla coalizione militare di Stati guidati dall’Arabia Saudita e impegnati nel conflitto yemenita, affermando che: “La guerra in Yemen deve finire”. In particolare, Biden aveva annunciato che Washington non avrebbe più sostenuto l’alleato saudita nelle operazioni offensive per contrastare le milizie degli Houthi. Gli USA hanno così bloccato la vendita di armi verso gli attori stranieri impegnati nel conflitto in questioni, con particolare riferimento all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti (UAE). Parallelamente, il presidente degli USA si è detto disposto a sostenere le Nazioni Unite, impegnate a incoraggiare un cessate il fuoco in Yemen e un accordo politico che ponga fine alle tensioni, così come qualsiasi forma di assistenza umanitaria.

Il 5 febbraio, invece, un funzionario del Dipartimento di Stato degli USA ha rivelato che Washington ha intenzione di revocare la classificazione come gruppo terroristico dei ribelli sciiti Houthi dello Yemen, a causa della crisi umanitaria in corso nel Paese. Il funzionario ha affermato che la decisione è interamente dovuta alle conseguenze umanitarie della designazione adottata all’ultimo minuto dalla precedente amministrazione, rispetto alla quale le Nazioni Unite e più organizzazioni umanitarie hanno chiarito che avrebbe accelerato la peggior crisi umanitaria al mondo. Il funzionario ha però sottolineato che la rimozione degli Houthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche non riflette la considerazione statunitense degli Houthi e della loro “riprovevole condotta”, specificando che l’impegno degli USA per aiutare l’Arabia Saudita nella difesa del proprio popolo e territorio dagli Houthi continuerà.

In Yemen, è in corso una guerra civile, descritta dall’Onu come la peggior crisi umanitaria al mondo, da quando i ribelli sciiti Houthi hanno iniziato a combattere per il controllo sulle regioni meridionali del Paese. Il 21 settembre 2014, sostenuti dal precedente regime del defunto presidente Ali Abdullah Saleh, gli Houthi avevano effettuato un colpo di Stato che aveva consentito loro di prendere il controllo delle istituzioni statali nella capitale Sana’a. Il presidente legittimo Hadi era stato inizialmente messo ai domiciliari presso la propria abitazione nella capitale e, dopo settimane, era riuscito a fuggire, recandosi dapprima ad Aden, attuale sede provvisoria del governo, e poi in Arabia Saudita, dove risiede tutt’ora.

Hadi è sostenuto da una coalizione di Stati guidata dall’Arabia Saudita, intervenuta nel conflitto in Yemen il 26 marzo 2015 ed è stato riconosciuto anche dalla comunità internazionale come legittimo leader del Paese. La coalizione a suo sostegno comprende l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan, il Bahrain, il Kuwait, il Qatar, l’Egitto, il Marocco, la Giordania e il Senegal. I ribelli sciiti Houthi sono sostenuti, invece, dall’Iran e dalle milizie libanesi filo-iraniane di Hezbollah, e conducono attacchi contro l’Arabia Saudita dal territorio yemenita.

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Maria Grazia Rutigliano

 

 

di Redazione

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