Filippine: 9 morti nella lotta al comunismo di Duterte

Pubblicato il 8 marzo 2021 alle 12:06 in Asia Filippine

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Almeno 9 attivisti filippini sono stati uccisi il 7 marzo, durante un’operazione delle forze di sicurezza contro vari gruppi a sostegno delle libertà civili, considerati appartenenti al “fronte comunista” dal governo di Manila. Due giorni prima, il presidente filippino, Rodrigo Duterte, aveva ordinato ai militari e alla polizia di “finire” e “uccidere” tutti i ribelli comunisti nel Paese, non tenendo in considerazione i diritti umani.

In base a quanto dichiarato da un portavoce della polizia, il colonnello-luogotenente, Chitadel Gaoiran, 6 persone sono state uccise nella provincia di Rizal, 2 in quella di Batangas e uno a Cavite. Altre 6 persone sarebbero poi state arrestate e la polizia ne starebbe cercando altre 9. Gaoiran ha affermato che nelle abitazioni di questi ultimi sarebbero stati trovato esplosivi e armi da fuoco.

Allo stesso tempo, il gruppo di attivisti filippini Karapatan ha definito tali episodi “Domenica di sangue” , accusando le autorità di aver agito “in stile Gestapo”. Il gruppo ha poi riferito che tra le 9 persone uccise il 7 marzo, vi è stato un rappresentante del Partito Bagong Alyansang Makabayan. Altri 4 tra i morti sarebbero stati, invece, attivisti che lavoravano con pescatori poveri e cittadini non registrati.

Secondo il Partito Bagong Alyansang Makabayan, invece, gli attacchi subiti dai propri leader e dagli attivisti per i diritti umani sarebbero arrivati in seguito agli ordini del presidente Duterte di “ignorare i diritti umani e uccidere i presunti ribelli”. Oltre a questo, secondo il Partito, le forze di sicurezza avrebbero utilizzato mandati opinabili e avrebbero posizionato armi ed esplosivi durante i raid nelle abitazioni dei sospetti ribelli.

Lo scorso 5 febbraio, Duterte ha dichiarato di aver dato ordine all’Esercito e alla polizia di uccidere i ribelli comunisti nel caso in cui avessero dovuto affrontarli in uno scontro armato. Il presidente ha specificato di “finire” coloro che fossero rimasti vivi” e di assicurarsi che le loro salme vengano riconsegnate alle rispettive famiglie. Duterte ha quindi dichiarato: “Dimenticatevi dei diritti umani. Questo è il mio ordine. Sono disposto ad andare in galera […] Non mi faccio scrupoli a fare ciò che devo fare”. Rivolgendosi direttamente ai ribelli comunisti, Duterte ha quindi annunciato: “Siete tutti banditi. Non avete un’ideologia. Anche la Cina e la Russia sono capitaliste adesso”. Il presidente ha però promesso loro lavoro, abitazioni e buone condizioni di vita se abbandoneranno le armi.

Dal 1968, nelle Filippine, sono presenti gruppi comunisti che hanno lottato contro il governo e che hanno dato vita a quella che Al-Jazeera English ha definito “una delle rivolte maoiste più longeve del mondo”. Secondo l’Esercito, la ribellione comunista avrebbe causato la morte di 30.000 persone negli ultimi 53 anni. In tale arco temporale, più presidenti filippini hanno cercato di raggiungere accordi di pace con i ribelli, senza, però, ottenere successo. Il leader della rivolta, Jose Maria Sison, è al momento, in esilio volontario nei Paesi Bassi, dal 2016.

In tale anno, Duterte aveva promesso che avrebbe messo fine all’insurrezione attraverso negoziati di pace. Tuttavia, dopo aver istituito un meccanismo di dialogo, in seguito a frequenti scontri armati, nel 2017 il presidente filippino aveva messo fine al processo di pace e aveva designato ufficialmente i comunisti come terroristi. A quel punto è iniziata una nuova ondata di repressione che prevedeva anche ricompense sulle uccisioni dei ribelli. Nel 2018, le filippine hanno poi creato un’apposita task-force.

I critici di Duterte, però, ritengono che, oltre ai ribelli, il governo stia colpendo anche i politici di sinistra in generale, gli accademici, i giornalisti e gli attivisti, accusandoli di essere comunisti. In molti temono poi che, con l’annuncio del 5 marzo, Duterte possa aver innescato un movimento di lotta simile alla guerra contro la droga che aveva causato l’uccisione dalle 6.000 alle 27.000 persone.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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