Benin: candidata dell’opposizione accusata di finanziamento del terrorismo

Pubblicato il 8 marzo 2021 alle 19:36 in Africa Benin

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La leader del più grande partito di opposizione del Benin, nonché la prima candidata presidenziale donna del Paese, è stata arrestata con l’accusa di pianificare l’assassinio di numerosi esponenti politici.

Stando a quanto riferito da Africa News, l’8 marzo, il portavoce del Governo del Benin, Alain Orounla, ha dichiarato che dei “compatrioti che si preparavano a commettere crimini hanno designato Reckya Madougou come loro sponsor” sottolineando che si tratta di un “reato molto grave legato al terrorismo”. Secondo le fonti vicine al Governo, Madougou, 46 anni, a capo del partito Les Démocrates stava progettando di “assassinare numerose figure politiche”.

L’avvocato di Madougou, Renaud Agbodjo, ha specificato che è stata incriminata per finanziamento del terrorismo, aggiungendo che è stata avviata un’indagine, ma che per ora nessun processo è “in vista”. Inoltre, il quotidiano Africa News informa che la candidatura di Madougou alle elezioni presidenziali dell’11 aprile è stata respinta il 4 marzo dalla commissione elettorale perché non è riuscita a raccogliere le firme di sostegno di 16 sindaci o deputati necessarie per candidarsi. L’arresto di Madagoue è il secondo attacco a un candidato dell’opposizione. Il 5 febbraio, Ganiou Soglo, è stato ferito da colpi di pistola sparati contro la sua auto, subito dopo aver depositato i documenti per candidarsi alle elezioni.

Un totale di 20 aspiranti candidati hanno ufficialmente consegnato i loro documenti per partecipare alle elezioni presidenziali previste per l’11 aprile, ma la commissione elettorale beninese, nota come Commissione Elettorale Nazionale Indipendente (CENA), ha dichiarato che solo 3 candidati hanno soddisfatto i requisiti necessari per candidarsi. Oltre al presidente in carica, Patrice Talon, alla corsa presidenziale parteciperanno l’ex ministro, Alassane Soumano, e Corentin Kohoue, una figura dissidente dell’opposizione.

Secondo una notizia riportata da Africa News il 19 gennaio, l’attuale presidente è stato accusato di aver preso una svolta autoritaria nel governare il Paese. Di fatto, molti politici, rivali di Talon, sono stati costretti all’esilio o sottoposti a minacce, non potendo così partecipare al voto di aprile. 

Politici e membri della società civile sono stati molto critici a riguardo della ricandidatura di Talon, viste una serie di circostanze. A luglio del 2018, l’Assemblea nazionale ha approvato una riforma elettorale che sfavorisce i partiti che non sono al potere, tramite la pratica della sponsorizzazione. Quest’ultima consiste nel richiedere che i candidati siano appoggiati da 16 deputati o sindaci per poter partecipare alle elezioni. Per questo motivo, nessuno dei partiti dell’opposizione è stato in grado di presentare dei candidati alle legislative del 28 aprile 2019. Solo due partiti pro-governativi, gli unici ad avere i requisiti imposti dalla nuova legge elettorale, ovvero l’Unione Progressista e il Blocco Repubblicano, si sono presentati e in seguito hanno vinto, aggiudicandosi rispettivamente 47 e 36 seggi nell’Assemblea nazionale. Inoltre, a causa dell’emendamento, l’opposizione ha dichiarato le prossime elezioni andranno a favore di Talon.

Il Benin era considerato tra le democrazie più stabili dell’Africa subsahariana, fino a che il presidente, Patrice Talon, ha iniziato a usare il sistema giudiziario a suo favore per attaccare i suoi avversari politici dopo il suo insediamento nel 2016. A causa del suddetto emendamento del codice elettorale e una serie di decisioni dei tribunali che hanno portato all’esclusione dei partiti di opposizione alle parlamentari dell’aprile 2019, i dati di Freedom House del 2020 informano che lo status del Benin è passato da Paese “libero” a “parzialmente libero”. Le proteste che hanno seguito il voto sono state represse con dure restrizioni delle libertà civili, tra cui l’interruzione della rete internet e azioni di violenza diffusa da parte della polizia contro i manifestanti, che hanno causato anche vittime civili.

Le elezioni in Benin sono supervisionate dalla Commissione Elettorale Nazionale Autonoma (CENA) che, in passato, le amministrava generalmente in modo equo e trasparente. Tuttavia, in seguito all’approvazione della legge elettorale restrittiva del 2018, la Corte Costituzionale, presieduta dall’ex avvocato personale del presidente Talon, ha stabilito nel febbraio 2019 che i partiti devono ottenere un “certificato di conformità” dal Ministero dell’Interno. In questo modo, la CENA ha potuto dichiarare che 5 delle 7 liste dei partiti non soddisfacevano i requisiti della legge elettorale, iniziando così a suscitare dubbi tra la società e l’opposizione sulla tenuta della democrazia del Paese.

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Julie Dickman

di Redazione

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