USA e Israele contro la Corte Penale Internazionale

Pubblicato il 6 marzo 2021 alle 6:35 in Uncategorized

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La vicepresidentessa degli Stati Uniti, Kamala Harris, in una chiamata con il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha ribadito l’opposizione degli Stati Uniti a un’indagine della Corte Penale Internazionale, CPI, su possibili crimini di guerra nei Territori Palestinesi. 

Il 4 marzo, la Casa Bianca ha riferito la notizia, affermando che la vicepresidentessa ha sottolineato l’impegno “incrollabile” degli Stati Uniti per la sicurezza di Israele. Ha espresso un forte sostegno per i recenti e “rivoluzionari” accordi di normalizzazione di Israele con i Paesi del mondo arabo e musulmano e ha sottolineato l’importanza di promuovere la pace, la sicurezza e la prosperità per israeliani e palestinesi. Quindi, Kamala Harris e il premier israeliano hanno convenuto circa l’importanza di continuare con una stretta cooperazione sulle questioni riguardanti la sicurezza, compreso il programma nucleare iraniano e il “pericoloso comportamento del regime” nella regione. Le due parti hanno quindi ribadito “l’opposizione dei rispettivi governi ai tentativi della Corte Penale Internazionale di esercitare la propria giurisdizione sul personale israeliano”.

Quella del 4 marzo è la prima chiamata tra Harris e Netanyahu da quando l’amministrazione del presidente Joe Biden è entrata in carica, il 20 gennaio, e il colloquio arriva a seguito dell’annuncio delle indagini da parte della Corte Penale Internazionale del 3 marzo. Già a febbraio, la Corte aveva stabilito che i Territori Palestinesi ricadono sotto la sua giurisdizione, aprendo la strada a un’indagine sui crimini di guerra che potrebbero essersi verificati nella regione. Il procuratore capo Fatou Bensouda ha promesso che l’inchiesta sarà condotta “in modo indipendente, imparziale e oggettivo, senza timori o favoritismi”. Bensouda, che sarà sostituito dal procuratore britannico Karim Khan il 16 giugno, ha dichiarato a dicembre 2019 che crimini di guerra erano o erano stati commessi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza. Il procuratore ha fatto riferimento all’esercito israeliano e a gruppi armati palestinesi, come Hamas, quali possibili autori. Già il 3 febbraio, il segretario di Stato degli USA, Antony Blinken, aveva affermato che Washington “si oppone fermamente ed è profondamente delusa” dalla decisione della Corte Penale Internazionale. “Israele non è parte della Corte e non ha acconsentito alla giurisdizione, nutriamo serie preoccupazioni per i suoi tentativi di esercitare giurisdizione sul personale israeliano”, ha dichiarato Blinken. 

I Territori Palestinesi vengono considerati “sotto occupazione militare israeliana” da parte delle Nazioni Unite, che vi applicano la Quarta Convenzione di Ginevra del 1949. Tale status è stato riconosciuto dall’ONU nel 1967, in seguito alla Guerra dei Sei Giorni. Questo conflitto aveva visto la vittoria schiacciante di Israele, che da allora controlla i confini della Cisgiordania e la maggioranza del territorio in cui vive la popolazione palestinese. Un muro di separazione, lungo 570 km e costruito dalle autorità israeliane a partire dal 2002, segue la cosiddetta Linea Verde e divide i territori palestinesi da quelli israeliani, secondo le frontiere precedenti alla guerra del 1967. Nonostante ciò, Israele rifiuta la definizione dei territori palestinesi come occupati e sostiene che in tali aree non si possa applicare il diritto internazionale di guerra, in riferimento alla Convenzione di Ginevra. Il riconoscimento dell’occupazione precluderebbe ad Israele un’eventuale futura annessione dei territori.

I cosiddetti Territori Palestinesi comprendono la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est. Quest’ultima è stata annessa da Israele a seguito della guerra del 1967. Israele, da parte sua, afferma che esiste una sola Gerusalemme, “capitale indivisibile” dello Stato ebraico. Nella Striscia di Gaza, invece, è in vigore dal 2007 un embargo che ha portato i due terzi della popolazione a vivere in base agli aiuti che riescono a entrare nell’area, dove ci sono solo 4 ore di elettricità al giorno. Le Nazioni Unite hanno avvertito che il blocco israeliano è responsabile per aver provocato una situazione umanitaria “catastrofica”. Israele, da parte sua, giustifica il blocco imposto su Gaza, sostenendo che esso è necessario per isolare Hamas, contro il quale ha combattuto tre guerre dal 2008. Oggi, oltre 2 milioni di palestinesi vivono nella Striscia di Gaza, in un’area di 365 km². L’ONU afferma che oltre il 90% dell’acqua non è potabile e che i residenti dell’enclave sopravvivono con meno di 12 ore di elettricità al giorno. 

Per quanto riguarda invece la Cisgiordania, il territorio è regolato dagli Accordi di Oslo del 1993, che la dividono in 3 settori amministrativi: le aree A, B e C. L’area A è sotto il pieno controllo civile dell’Autorità Palestinese e rappresenta circa il 18% della Cisgiordania. L’area B viene amministrata in modo congiunto da Israele e Palestina ed è circa il 22% del territorio palestinese. Infine, l’area C, sotto il pieno controllo israeliano, ammonta al 61% della Cisgiordania. Inoltre, in Israele esiste una legge che permette al governo di espropriare i terreni palestinesi appartenenti a privati, a fronte di un’indennità. Su questi terreni sono stati costruiti quelli che vengono definiti “insediamenti israeliani in Cisgiordania”. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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