Siria: Damasco continua a colpire Idlib, Washington schiera sistemi missilistici

Pubblicato il 5 marzo 2021 alle 11:45 in Siria USA e Canada

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Le forze dell’esercito siriano hanno colpito, il 4 marzo, i pressi di una postazione di monitoraggio posta sotto il controllo della Turchia, situata nella periferia Est di Idlib, nel Nord-Ovest della Siria. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno trasportato un sistema missilistico a corto raggio nella regione orientale di Deir Ezzor.

Entrambi gli aggiornamenti sono da collocarsi nel quadro del perdurante conflitto siriano, scoppiato il 15 marzo 2011. Esattamente un anno fa, il 5 marzo 2020, Mosca e Ankara hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco per il governatorato di Idlib, l’ultima roccaforte posta ancora sotto il controllo dei gruppi ribelli. Da allora, una tregua apparente sembra caratterizzare la regione, ma questa è stata più volte violata, facendo temere che il presidente siriano, Bashar al-Assad, non sia del tutto disposto ad abbandonare i propri piani nella regione.

Tra gli ultimi episodi, il 4 marzo, fonti locali hanno riferito al quotidiano al-Araby al-Jadeed che l’esercito di Assad ha bombardato alcune aree periferiche di Idlib, vicino a una postazione di osservazione militare della Turchia, senza, però, specificare il numero delle vittime o di eventuali danni materiali. L’attacco è avvenuto in concomitanza con altri bombardamenti perpetrati, nella medesima giornata del 4 marzo, contro alcuni villaggi del Sud di Idlib, tra cui al-Fateera e Kansafra. A un anno esatto dall’entrata in vigore dall’accordo siglato dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e dal suo omologo russo, Vladimir Putin, gli analisti ritengono che l’intesa, definita “fragile” sia da ritenersi valida, sebbene non siano stati raggiunti gli obiettivi prestabiliti, tra cui la messa in sicurezza della strada internazionale M4.

Nel frattempo, l’Est della Siria continua ad assistere a una perdurante mobilitazione, alla luce della perdurante minaccia posta dalle cellule terroristiche tuttora attive nella regione. Nel corso del 2020, attacchi, bombardamenti e imboscate hanno riguardato soprattutto l’area dell’Eufrate occidentale, della valle di Deir Ezzor, oltre a Raqqa, Homs e As-Suwayda, e tra i principali obiettivi vi sono state le Syrian Democratic Forces (SDF), le stesse che hanno annunciato la fine del califfato jihadista autoproclamatosi il 29 giugno 2014. Queste, sin dalla loro formazione, il 10 ottobre 2015, hanno svolto un ruolo fondamentale nella lotta contro lo Stato Islamico in Siria, grazie anche al sostegno degli Stati Uniti, che forniscono armi e copertura aerea.

In tale quadro, il quotidiano Asharq al-Awsat, sulla base delle informazioni fornite da Forbes, ha riferito che le forze statunitensi sono state viste trasferire un sistema missilistico a corto raggio Avenger presso Deir Ezzor, con l’obiettivo di salvaguardare la sicurezza delle proprie truppe, tuttora impegnate nella lotta allo Stato Islamico. Tale sistema, è stato precisato, risulta essere il più idoneo a proteggere i soldati di Washington, in Siria e in Iraq, dai droni nemici, oltre che da elicotteri e missili da crociera, grazie alla presenza di lanciatori FIM-92 Stinger. A tal proposito, gli Avenger giunti nella regione orientale siriana sono stati trasferiti su camion provenienti proprio dai territori iracheni, così come mostrato anche da immagini diffuse alla fine di febbraio scorso.

Stando a quanto riportato dalla rivista statunitense, prima del 2020 le basi che ospitavano le forze statunitensi in Iraq non disponevano di sistemi di difesa aerea. Ciò è emerso quando le forze filoiraniane, l’8 gennaio 2020, hanno attaccato due basi degli USA in Iraq, in un attacco di rappresaglia in risposta all’uccisione, da parte degli Stati Uniti, del generale iraniano Qassem Soleimani. Dopo tale episodio, Washington ha dispiegato missili Patriot MIM-104 nelle proprie basi, oltre a sistemi a corto raggio C-RAM. Anche a Deir Ezzor, agli inizi del 2020, le truppe statunitensi sono state prese di mira da droni improvvisati in grado di lanciare piccoli mortai e munizioni presumibilmente fabbricate utilizzando una stampante 3D. Sebbene non siano state riportate vittime, gli attacchi hanno mostrato la portata di una nuova minaccia che Washington è chiamata ad affrontare.

In tale quadro, le milizie sciite sostenute dall’Iran, stanziate in Iraq e in Siria, stanno rapidamente acquisendo la capacità di sviluppare e utilizzare droni armati. Alla luce di ciò, il dispiegamento dei sistemi Avenger in Siria, e probabilmente nel breve termine anche in Iraq, mostra come Washington stia gradualmente facendo i conti con la natura in evoluzione della minaccia rappresentata dalla proliferazione di droni armati. Secondo alcuni, d’ora in poi anche il modo in cui le truppe di terra saranno schierate ed equipaggiate dovrà tener conto dei pericoli legati a queste armi.

Come riportato da Asharq al-Awsat, sulla base di un documento statunitense dell’operazione Inherent Resolve, l’Iran potrebbe provare a condurre attacchi “limitati” contro le forze statunitensi, sia per rispondere alle operazioni condotte contro obiettivi iraniani sia per esortare Washington ad abbandonare la Siria. Motivo per cui, come documentato nel periodo tra i primi di ottobre e il 9 dicembre 2020, Teheran ha cercato di preservare la propria presenza nelle aree della Siria orientale, precedentemente controllate dallo Stato Islamico, mentre ha profuso sforzi per reclutare membri localmente, così da rafforzare le proprie milizie in Siria.

Circa la presenza statunitense in Siria, era stato il portavoce del Pentagono, John Kirby, a chiarire, l’8 febbraio, che le truppe statunitensi stanziate nel Paese, le quali includono circa 900 tra soldati e funzionari, hanno il solo obiettivo di proteggere i civili, ed è questo che giustifica la permanenza delle forze USA nelle regioni circostanti ai giacimenti. “La nostra missione è sconfiggere l’ISIS”, aveva affermato il portavoce. In tale quadro, risale al 26 febbraio la notizia della prima operazione militare in Siria ordinata dal capo della Casa Bianca, Joe Biden, contro le postazioni situate nell’Est della Siria, nei pressi del confine con l’Iraq, utilizzate da milizie sostenute dall’Iran, tra cui le cosiddette “Brigate di Hezbollah” e Kaitaib Sayyid al-Shuhada, ritenute essere tra le responsabili dei diversi attentati perpetrati contro obiettivi statunitensi in Iraq. A tal proposito, secondo quanto affermato da Kirby, i raid ordinati il 25 febbraio hanno rappresentato una risposta ai recenti attacchi condotti contro il personale statunitense e la coalizione internazionale anti-ISIS operante nei territori iracheni.

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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