Il fatto più importante della settimana, Iraq

Pubblicato il 5 marzo 2021 alle 7:00 in Iraq Medio Oriente

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Fonti della sicurezza irachena hanno riferito, mercoledì 3 marzo, che diversi missili di tipo Katyusha hanno colpito la base di Ain al-Asad, situata nel governatorato occidentale iracheno di Anbar. Si tratta di una base che ospita forze della coalizione internazionale anti-ISIS a guida statunitense, impiegata altresì dalle truppe britanniche stanziate in Iraq.

Stando a quanto riportato dal quotidiano al-Arabiya, sulla base di fonti irachene, sono stati almeno 10 i missili lanciati contro la base, dove sono presenti non solo truppe straniere, tra cui quelle di provenienza statunitense, ma altresì soldati iracheni. Al momento, è stata riportata la sola morte di un contractor straniero, di cui non è stata rivelata la nazionalità, il quale, come affermato dal capo della Casa Bianca, Joe Biden, è morto di infarto. Al contempo, è stata ritrovata la piattaforma impiegata per il lancio ad al-Baghdadi, nelle vicinanze di Ain al-Asad. Inoltre, a detta della polizia irachena, il camion che trasportava il lanciamissili è stato dato alle fiamme. Tuttavia, non è ancora chiaro se siano stati riportati danni materiali a seguito dell’attacco.

L’episodio del 3 marzo è da inserirsi nel quadro delle perduranti minacce poste agli obiettivi di Washington nei territori iracheni, la cui responsabilità, secondo gli Stati Uniti, è da attribuirsi all’Iran. Era stata proprio la base di Ain al-Asad ad essere stata colpita, insieme a una struttura nei pressi dell’aeroporto di Erbil, l’8 gennaio 2020. In tal caso, si era trattato di una risposta di Teheran alla morte del generale iraniano della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vicecomandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi, il 3 gennaio 2020, a seguito di un raid ordinato dall’ex presidente statunitense, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Tale episodio è stato considerato l’apice delle tensioni tra Washington e Teheran sul suolo iracheno.

Le forze statunitensi hanno occupato Ain al-Asad nel 2003, utilizzandola prevalentemente come base aerea. Per gli USA, questa ha rappresentato un centro rilevante per il trasferimento di truppe e rifornimenti in tutto l’Iraq, fino al 2011, anno in cui Ain al-Asad è passata nuovamente sotto il controllo delle forze irachene e, in particolare, della settima divisione dell’esercito. Tuttavia, alla fine del 2014, si contavano ancora più di 300 soldati statunitensi presenti nella base, oltre a consiglieri e ufficiali, con l’obiettivo di addestrare le forze irachene nel quadro della lotta allo Stato Islamico.

Dopo che l’ISIS ha preso il controllo del distretto circostante di al-Baghdadi, le milizie terroristiche hanno attaccato più volte la base, ma gli Stati Uniti non hanno mai ritirato i propri soldati, nonostante il pericolo, affermando il loro diritto ad auto-difendersi. Secondo il quotidiano arabo al-Araby al-Jadeed, al momento dell’attacco dell’8 gennaio 2020, nella base erano presenti più di 2000 tra soldati e funzionari di Washington, oltre a elicotteri da combattimento, un sistema di monitoraggio aereo con copertura pari a più di 400 km, unità di ricognizione e una task force speciale, responsabile della ricerca del precedente leader dello Stato Islamico, Abu Bakr al-Baghdadi.

A partire dal mese di ottobre 2019, le basi e le strutture statunitensi in Iraq sono state oggetto di più di 30 attacchi, portando Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. Uno degli ultimi episodi più rilevanti risale al 20 dicembre 2020, quando l’esercito iracheno ha riferito che un gruppo di “fuorilegge” ha colpito con missili la Green Zone di Baghdad, un’area fortificata sede di istituzioni e ambasciate, tra cui quella di Washington. Tale area della capitale è stata più volte bersagliata, l’ultima volta il 22 febbraio scorso.

Tra gli episodi più recenti si annovera poi l’attacco del 20 febbraio, quando quattro missili Katyusha hanno colpito la base aerea di Al-Balad, situata 80 km a Nord della capitale Baghdad, nella provincia di Salah al-Din, provocando il ferimento di un civile iracheno. Al-Balad, inoltre, ospita la sede locale di Sallyport, un’azienda di difesa statunitense che si occupa di aerei da combattimento e che, al momento, ha 46 impiegati in loco, i quali forniscono servizi di sostegno al programma di jet F-16 dell’Iraq.

Prima del 20 febbraio, un altro obiettivo legato a Washington oggetto di attacco è stato l’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. In particolare, il 15 febbraio, un attacco missilistico ha colpito i pressi di una base aerea della coalizione anti-ISIS a guida statunitense. Il bilancio delle vittime include un civile, un “contractor” straniero, deceduto, e almeno 6 feriti, tra cui un soldato statunitense. L’attacco è stato successivamente rivendicato da un gruppo soprannominato Saraya Awlia al-Dam, ovvero i “Guardiani delle Brigate di Sangue”, le quali hanno riferito che il reale obiettivo era rappresentato dalla presenza statunitense in Iraq e che, pertanto, il loro attentato era da considerarsi una forma di vendetta per la morte dei leader martirizzati.

 

Il fatto più importante della settimana è una rubrica a cura della Redazione di Sicurezza Internazionale.

Tutti i venerdì. 

di Redazione

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