Myanmar: la giornata di proteste “più sanguinosa”

Pubblicato il 4 marzo 2021 alle 9:20 in Asia Myanmar

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L’inviata dell’Onu per il Myanmar, Myanmar Christine Schraner Burgener, ha reso noto che almeno 38 persone sono morte il 3 marzo, durante le proteste della popolazione birmana per la democrazia, portando il totale delle vittime a più di 50. Intanto, il giorno dopo, la giunta militare al potere ha continuato ad utilizzare gas lacrimogeni e colpi d’arma da fuoco per sedare le proteste.

Burgener ha descritto il 3 marzo come “la giornata più sanguinosa” dal colpo di Stato del primo febbraio scorso e ha chiesto alle Nazioni Unite di adottare “provvedimenti estremamente rigorosi” contro la giunta di militari al potere in Myanmar. La polizia e i soldati avrebbero aperto il fuoco contro i manifestanti in varie città del Paese, causando più vittime. Burgener ha ammonito i militari della giunta al potere rispetto a misure severe e a forme di isolamento che potrebbero subire da altri Paesi. In risposta, però, i militari hanno affermato di essere abituati a sanzioni e che possono anche andare avanti con pochi amici.

Le proteste in Myanmar sono in corso dallo scorso 6 febbraio e non si sono mai interrotte, coinvolgendo varie città del Paese. Vista la crescita di tale movimento e delle dimostrazioni, le forze dell’ordine hanno iniziato ad utilizzare la forza contro i manifestanti, schierando la polizia anti-sommossa, utilizzando gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, bombe stordenti e proiettili di gomma. Il 3 marzo, almeno 38 persone sono morte nelle violenze e, tra questi, vi sarebbero stati anche 4 bambini e un 14enne, secondo Save the Children.

Il portavoce del Dipartimento di Stato degli USA, Ned Price, ha affermato che le violenze del 3 marzo hanno lasciato il proprio Paese “esterrefatto e disgustato”. Price ha poi rivolto un appello a tutti i Paesi affiché condannino all’unanimità la “brutale violenza dell’Esercito birmano contro il suo stesso popolo”.

Washington ha quindi chiesto alla Cina di utilizzare la sua influenza regionale e sulla giunta militare in modo costruttivo e a beneficio del popolo birmano. Al momento, gli USA sono tra i Paesi che hanno adottato sanzioni contro la giunta militare al potere in Myanmar, insieme a Regno Unito e Canada. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con i militari al potere e ha sospeso programmi di sostegno economico al Myanmar, nel tentativo di isolare la leadership militare. Viste le crescenti violenze, infine, il Regno Unito ha chiesto un incontro straordinario del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per il 5 marzo.

Le violenze del 3 marzo sono arrivate in seguito ad un incontro virtuale tra i ministri degli Esteri Paesi dell’Associazione del Sud-Est Asia (ASEAN) e i militari al potere, il 2 marzo, che ha raggiunto scarsi risultati. La ministra indonesiana, Retno Marsudi, ha lamentato la mancanza di cooperazione da parte della giunta birmana. Lee Hsien Loong, il premier di Singapore, il Paese che investe maggiormente in Myanmar, ha condannato l’utilizzo di mezzi letali da parte dell’Esercito birmano contro i manifestanti, definendo i fatti “inaccettabili”.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale ha promesso di indire elezioni. La leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint, sono stati arrestati. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, mentre il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore con l’83% dei voti la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo, con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi.

Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha anche arrestato più politici locali della NDL, attivisti e critici delle forze armate in tutto il Paese. Almeno sei tra giornalisti e inviati stranieri sono stati arrestati tra il 27 e il 28 febbraio scorsi per aver “innescato paura, diffuso notizie false e aver agitato direttamente o indirettamente un dipendente del governo”. In totale, dal primo febbraio ad oggi, sarebbero 1.200 le persone arrestate, 900 delle quali sarebbero ancora incarcerate, secondo il gruppo di monitoraggio Assistance Association for Political Prisoners (AAPP). Tuttavia, tale dato potrebbe essere superiore, visto che, ad esempio, i media statali birmani hanno annunciato 1.300 arresti solamente il 28 febbraio.

Il Myanmar è un’ex colonia britannica che, dopo aver raggiunto l’indipendenza nel 1948, dal 1962 è stata guidata dall’Esercito fino al 2008 quando è iniziata la transizione democratica che ha portato alle prime elezioni nel 2011. Ad oggi, all’Esercito spetta ancora un quarto delle sedute in entrambe le aule del Parlamento e alcuni ministeri. In tale contesto, Aung San Suu Ky è l’unica figlia dell’eroe dell’indipendenza nazionale Aung San, assassinato nel 1947, e ha passato molti anni della sua vita, almeno quindici, agli arresti domiciliati, durante il regime militare, per poi essere eletta con un’ampia maggioranza a capo della NDL nel 2015. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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