La diplomazia italiana tra Armenia e Azerbaigian

Pubblicato il 4 marzo 2021 alle 17:55 in Armenia Azerbaigian Italia

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Il 3 marzo, il ministro degli Affari Esteri, Luigi Di Maio, ha avuto un colloquio telefonico con il suo omologo azero, Jeyhun Bayramov, e separatamente anche con il ministro degli Esteri armeno, Ara Aivazian. 

Durante il primo colloquio, i rappresentanti di Roma e Baku hanno discusso dell’attuazione della Dichiarazione trilaterale del 9 novembre 2020 (siglata da Azerbaijan, Russia e Armenia), con cui si è messo fine al conflitto nella regione del Nagorno-Karabakh, le cui tensioni sono tornate a causare violenze a partire dal 27 settembre 2020. Inoltre, Di Maio ha discusso con Bayramov della partecipazione dell’Italia alla ricostruzione dell’Azerbaijan. Tra gli altri temi trattati, le relazioni economico-energetiche tra i due Paesi, la transizione ecologica ed il contributo dell’Italia alla futura missione UNESCO in Nagorno-Karabakh e nelle aree circostanti.  

L’Azerbaijan è un Paese estremamente rilevante per l’Italia, in particolare nel campo della sicurezza energetica. Insieme all’Iraq, è il maggior fornitore di greggio dell’Italia, con circa 5.5 miliardi di euro di media nell’ultimo decennio. Ma non solo, con l’avvio del TAP, oltre ad approvvigionare sé stessa, l’Italia diventerà il ponte verso occidente del gas azero, con conseguenze importanti per l’indotto in molti settori. Inoltre, l’Italia è il primo partner commerciale dell’Azerbaigian. Dal 2016 al 2019, le importazioni sono pressoché raddoppiate in valore, passando dai 2.9 miliardi di euro del 2016 ai circa 5 miliardi a fine 2019, a fronte di esportazioni inferiori ai 300 milioni di euro ed un valore di commesse vinte da aziende italiane intorno ai 7 miliardi negli ultimi 15 anni. 

Inoltre, lo stesso 3 marzo, Di Maio ha avuto un colloquio telefonico anche con il ministro degli Esteri armeno, con il quale ha discusso ugualmente della dichiarazione trilaterale, della situazione nella regione del Nagorno-Karabakh e delle relazioni bilaterali tra Roma e Yerevan. Inoltre, i due rappresentanti hanno sottolineato che il primo marzo è entrato in vigore l’accordo di partenariato globale e rafforzato tra Unione Europea e Armenia, noto anche come CEPA. Secondo l’ambasciata italiana in Armenia, si tratta di “un’importante pietra miliare” per le relazioni UE-Armenia. L’accordo fornisce un quadro per la collaborazione tra i Paesi dell’Unione e Yerevan, in un’ampia gamma di settori e prevedere il rafforzamento della democrazia, dello Stato di diritto e dei diritti umani- Inoltre, l’intesa mira a creare più posti di lavoro e opportunità commerciali, vuole migliorare la legislazione, la sicurezza pubblica, il settore dell’istruzione e lanciare nuove opportunità di ricerca.

Infine, per quanto riguarda la presenza e la percezione dell’Italia nella regione, è interessante sottolineare che il portavoce del Ministero degli Esteri azero ha lodato le decisioni italiane sul Nagorno-Karabakh e sui legami bilaterali tra Azerbaigian e Armenia. Secondo i rappresentanti di Baku, le risoluzioni adottate il 2 marzo dalla Commissione per gli Affari Esteri della Camera invitano “entrambe le parti a essere costruttive” e mostrano “un atteggiamento ben equilibrato”, utile a creare le condizioni per la futura riconciliazione tra l’Azerbaigian e l’Armenia. Il portavoce azero ha sottolineato che il Parlamento ha evidenziato l’importanza che entrambe le parti si chiedano a vicenda di consegnare le mappe delle aree minate.

L’Italia è stata il primo Paese occidentale a visitare Baku e i territori riconquistati dall’Azerbaijan in Nagorno Karabakh, prima con una delegazione parlamentare, e subito dopo con una rappresentanza del Governo. Il conflitto nella regione deriva dal fatto che l’Armenia e l’Azerbaigian si contendono l’area dal febbraio 1988, quando la regione, a maggioranza armena, ha annunciato la sua secessione dalla Repubblica socialista sovietica dell’Azerbaigian. Durante il conflitto armato del 1991-94, Baku ha perso il controllo del Nagorno-Karabakh e di sette regioni adiacenti. Dal 1992 sono in corso negoziati per una soluzione pacifica del conflitto nel quadro del Gruppo OSCE di Minsk, guidato da tre copresidenti, Russia, Stati Uniti e Francia.

Le tensioni tra i due Paesi si sono intensificate nuovamente la mattina di domenica 27 settembre 2020 quando l’esercito azero ha lanciato un massiccio attacco di artiglieria in Nagorno-Karabakh lungo la linea del cessate il fuoco del 1994, colpendo insediamenti civili, compresa la capitale Stepanakert. Il 9 novembre 2020 Russia, Azerbaigian e Armenia hanno siglato un accordo per cui l’Armenia si impegnava entro il primo dicembre a restituire all’Azerbaigian i sette distretti limitrofi al Nagorno-Karabakh conquistati nella guerra del 1991-94. I due eserciti rimarranno nelle posizioni attualmente occupate e lungo la linea del cessate il fuoco sarà attiva una forza di pace della Federazione russa, che controllerà il Karabakh per i prossimi 5 anni, rinnovabili. L’Armenia si impegna a garantire i trasporti tra il Nakichevan e le regioni orientali dell’Azerbaigian, mentre l’Azerbaigian si impegna a garantire le comunicazioni lungo il corridoio di Lachin che collega il Karabakh all’Armenia. Entrambi i corridoi saranno pattugliati da guardie dell’FSB della Federazione russa. 

In un discorso al popolo armeno, Pashinyan aveva definito la decisione di porre fine al conflitto armato un passo necessario per evitare il collasso militare. Da parte loro, però, i rappresentanti dell’opposizione del Paese hanno descritto i termini del cessate il fuoco una “capitolazione” e, sin da allora, hanno iniziato a reclamare le dimissioni del primo ministro. La questione ha rischiato di generare una crisi, a partire dal 25 febbraio, quando Pashinyan ha radunato i propri sostenitori, chiedendogli di scendere in piazza per ostacolare quello che aveva definito “un tentativo di colpo di stato militare”, dopo che anche l’esercito aveva chiesto le sue dimissioni. La richiesta era contenuta in un documento che era stato firmato dal capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, Onik Gasparyan, e da vice ufficiali di vari dipartimenti dell’Esercito. A loro avviso, il premier e l’esecutivo di Yerevan sarebbero “incapaci di prendere decisioni adeguate in una situazione di crisi”.

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Maria Grazia Rutigliano 

 

di Redazione

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