Afghanistan: il dramma degli attacchi mirati contro donne e giornalisti

Pubblicato il 4 marzo 2021 alle 15:54 in Afghanistan Asia

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Il 3 marzo si sono tenuti i funerali delle 3 donne che lavoravano un’emittente radiotelevisiva afghana, uccise da un gruppo di uomini armati non identificati a Jalalabad. Intanto, l’Unione Europea chiede la fine degli omicidi mirati nel Paese e critica i talebani. 

Mursal Waheedi, Saadia Sadat e Shahnaz Raufi sono state uccise in due attacchi separati ma quasi simultanei effettuate da gruppi di uomini armati nel PD1 e nel PD4 della città di Jalalabad, capitale della provincia orientale di Nangarhar. Il primo assalto è avvenuto intorno alle 16, ora locale, del 2 marzo, e ha causato la morte di Waheedi e Raufi, che stavano tornando a casa. Il secondo si è verificato pochi minuti dopo, quando un uomo armato ha attaccato Sadat, in un’altra zona della città. Le donne avevano da due a quattro anni di esperienza lavorativa presso la Enikaas TV e avevano un’età compresa tra i 20 ei 26 anni. 

Una fonte locale ha confermato che l’agenzia di intelligence nazionale era stata informata di possibili minacce contro i dipendenti dell’emittente radiotelevisiva. Parenti e residenti di Jalalabad hanno definito l’attacco contro le ragazze “codardo” e hanno accusato i servizi di sicurezza di negligenza per “non aver impedito tali attacchi”. “Queste persone sono state uccise molte volte e l’intelligence non sta facendo il proprio lavoro in modo corretto”, ha affermato Roshan, fratello di Raufi. I talebani hanno negato qualsiasi coinvolgimento in questi attacchi. 

Un nuovo attacco letale contro una donna si è verificato anche la mattina del 4 marzo, sempre a Jalalabad, dove una dottoressa è stata uccisa in un’esplosione di un ordigno artigianale attaccato a un risciò su cui viaggiava . La dottoressa Sadaf lavorava per il reparto maternità di un ospedale pubblico nella provincia di Nangarhar. Un episodio simile si era verificato il 10 dicembre 2020, quando Malalai Maiwand, giornalista della stessa stazione televisiva di Nangarhar, era stata uccisa con il suo autista in un attacco contro il loro veicolo, sempre a Jalalabad. Maiwand era anche un attivista per i diritti delle donne.

In tale contesto, l’Unione Europea (UE) ha chiesto di porre fine agli attacchi mirati contro giornalisti e donne in Afghanistan, chiedendo nuovamente la fine delle violenze. Bruxelles ha aggiunto che “i talebani rimangono responsabili della maggior parte delle vittime civili e degli omicidi mirati, effettuandoli direttamente o indirettamente, opponendosi a un cessate il fuoco”. L’UE ha quindi chiesto indagini trasparenti e approfondite su tutti questi attacchi e omicidi, ribadendo la determinazione dell’Unione a sostenere i media e la libertà in Afghanistan. Le autorità europee hanno sottolineato la preoccupante violenza in crescita, soprattutto per quanto riguarda le aggressioni mirate contro giornalisti, attivisti per i diritti umani, rappresentanti della società civile e funzionari pubblici. Tali episodi sono costati la vita a 1.200 civili nel 2020, un aumento del 45% rispetto al 2019. 

Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato il 23 febbraio riferisce che 11 attivisti per i diritti umani e operatori dei media sono stati uccisi in attacchi mirati in Afghanistan in poco più di 4 mesi, dal 12 settembre 2020, quando i negoziati preliminari ai colloqui di pace intra-afghani sono iniziati a Doha, fino al 31 gennaio 2021. Il documento afferma che gli afghani che lavorano in questi ambiti vivono una situazione difficile, con molti professionisti che esercitano l’autocensura nel loro lavoro, lasciano la propria occupazione o la propria casa e comunità, nella speranza di migliorare le proprie condizioni di sicurezza. Molti individui, comprese personalità di alto profilo, sono fuggiti dal Paese, secondo il rapporto. 

La provincia di Kandahar ha recentemente assistito ad un aumento degli scontri tra le forze di sicurezza afghane e i talebani. A tale proposito, il ministro dell’Interno di Kabul ha riferito che le forze di sicurezza hanno sventato i piani degli militanti di prendere il controllo della capitale della provincia. “Spero che i talebani imparino una lezione dal loro fallimento nella guerra di Kandahar, capendo che la pace è l’unico modo per trovare un accordo”, ha aggiunto Ansarabi. Da parte loro, i militanti islamisti non hanno commentato la situazione nella provincia meridionale. Per quanto riguarda quest’area dell’Afghanistan, situata al confine con il Pakistan, le notizie vengono riferite in maniera discontinua su fonti diverse e non è chiaro se e dove le offensive siano ancora in corso. 

Intanto, la situazione in tutto il Paese è estremamente complessa e il clima è molto teso. Nonostante siano in atto alcuni sforzi diplomatici tra la Repubblica Islamica dell’Afghanistan e talebani, l’inizio di un vero e proprio dialogo intra-afghano sembra sempre più lontano e i cosiddetti colloqui preliminari ai negoziati di pace a Doha rimangono bloccati alle fasi preliminari. La situazione è ulteriormente peggiorata da quando la nuova amministrazione statunitense, guidata dal presidente Joe Biden, in carica dal 20 gennaio, ha riferito che lo “storico” accordo tra USA e talebani del 29 febbraio 2020 sarebbe stato riesaminato, prima di prendere decisioni riguardo alla posizione della Casa Bianca sulla permanenza delle proprie truppe sul territorio afghano. Il 31 gennaio, un rappresentante dei talebani aveva affermato che il gruppo militante islamista continuerà a “difendere il Paese”, se le forze armate straniere rimarranno in Afghanistan dopo maggio 2021, termine ultimo fissato dall’intesa per il ritiro delle truppe statunitensi. 

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Maria Grazia Rutigliano 

di Redazione

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