Crollo degli investimenti cinesi in Australia: -61% nel 2020

Pubblicato il 2 marzo 2021 alle 12:33 in Australia Cina

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Gli investimenti cinesi in Australia hanno assistito ad un calo del 61% nel 2020, toccando il livello più basso degli ultimi sei anni.

Secondo calcoli dell’Est Asian Institute of Economics della Australian National University, citati da Global Times, il valore degli investimenti cinesi in Australia nel 2020 è stato di un miliardo di dollari australiani, ovvero 5,015 miliardi di yuan. Il settore immobiliare australiano ha attirato il 45% del totale degli investimenti cinesi, seguito da quello estrattivo al 40% e da quello manifatturiero al 15%.

I dati relativi al 2020 hanno evidenziato un notevole calo rispetto al valore di 2,6 miliardi di dollari australiani che avevano totalizzato gli investimenti cinesi in Australia nel 2019. Secondo il Financial Times, citato da Global Times, la riduzione di tale somma sarebbe dovuta ad un crescente controllo del governo australiano sugli investimenti cinesi, alle tensioni in corso tra Canberra e Pechino e al calo degli investimenti esteri causato dal coronavirus a livello mondiale. Quest’ultimo in particolare, avrebbe avuto una contrazione del 42%, comunque inferiore rispetto al 61% degli investimenti cinesi in Australia.

Il primo marzo, il portavoce del Ministero affari Esteri della Cina, Wang Wenbin, ha affermato che nel 2020 gli investimenti diretti esteri della Cina sono aumentati del 3,3% ma quelli verso l’Australia hanno avuto un tracollo di riflesso all’atteggiamento della parte australiana. Negli ultimi anni, per Wang, Canberra avrebbe ripetutamente “abusato” della scusa della sicurezza nazionale per porre il veto su molti progetti di investimento di varie aziende cinesi in Australia. Per Wang, restrizioni “irragionevoli” su scambi “normali” tra le parti in più settori avrebbero danneggiato la fiducia cinese nell’investire in Australia.

Nonostante la Cina sia stata il maggior partner commerciale dell’Australia negli ultimi dieci anni, però, per quanto riguarda il settore degli investimenti esteri nel Paese, il primato è detenuto agli USA. Nel 2019, il 25,6% del totale degli investimenti esteri pervenuti in Australia proveniva dagli Stati Uniti e quelli cinesi e di Hong Kong si erano attestati al 5,7%.

Nell’ultimo anno, le relazioni tra la Cina e l’Australia sono state interessate poi da tensioni commerciali, alle quali se ne sono successivamente aggiunte altre a livello politico internazionale.  Il primo episodio degli attriti commerciali sino-australiani risale al scorso 13 febbraio 2020, quando la Commissione antidumping australiana aveva valutato una possibile proroga dei dazi antidumping su prodotti cinesi di estrusione da alluminio e aveva avviato indagini sulle vendite di tali prodotti, giungendo alla decisione finale di prorogare i dazi su lavelli cinesi in acciaio inox, il 28 febbraio. A tale episodio sono seguite una serie di altre investigazioni antidumping su prodotti provenienti dalla Cina che si sono concluse con il mantenimento di dazi su più beni cinesi. Da parte sua, dall’11 maggio scorso, la Cina ha bloccato le importazioni di carne da quattro grandi mattatoi australiani per problemi di etichettatura, provocando un notevole danno al settore, considerando che il primo mercato estero per le carni bovine australiane, è proprio la Cina, che ne richiede il 30 % del totale. Da allora, Pechino ha bloccato importazioni o scoraggiato l’acquisto di più prodotti australiani come cereali, carbone termico, coke, cotone, legname, alcolici e crostacei.

Parallelamente, a livello politico, il 21 aprile scorso, il primo ministro australiano, Scott Morrison, aveva richiesto un’indagine indipendente sulle origini della pandemia di coronavirus all’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), insieme ad altri leader mondiali, inclusi quelli di Francia, Germania e Stati Uniti, provocando lo scontento della Cina. Oltre a questo, Canberra aveva sospeso l’accordo di estradizione con Hong Kong e aveva esteso i visti per circa 10.000 abitanti della città che si trovano già in Australia, a causa dell’attuazione della nuova legge per la sicurezza nazionale, imposta da Pechino sull’isola lo scorso 30 giugno. Infine, l’Australia aveva deciso di unirsi agli Stati Uniti nella denuncia contro le rivendicazioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale, sostenendo che la sovranità dichiarata dalla Cina sulla base della linea dai nove tratti non avesse valore legale, lo scorso 24 luglio. Il 12 novembre scorso, il portavoce del Ministero Affari Esteri di Pechino, Wang Wenbin, ha affermato che le relazioni sino-australiane siano state “avvelenate” da critiche eccessive rivolte da Canberra a Pechino per quanto riguarda le questioni del Xinjiang, di Taiwan e di Hong Kong e di altri interessi primari cinesi.

Nonostante le tensioni esistenti, però, la Cina rappresenta un importante partner commerciale per Canberra e, dallo scorso 15 novembre, entrambi i Paesi sono legati dal Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), il maggior patto commerciale al mondo firmato da Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda, Australia e dai 10 Paesi dell’ASEAN. L’intesa riguarda un’area che rappresenta il 30% del PIL globale e una popolazione di 2,1 miliardi di persone, circa un terzo della popolazione mondiale.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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