Un cacciatorpediniere degli USA attracca in Sudan per la prima volta in decenni

Pubblicato il 1 marzo 2021 alle 19:11 in Sudan USA e Canada

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Il primo marzo, un cacciatorpediniere della marina statunitense ha attraccato sulla costa sudanese del Mar Rosso, simboleggiando un ulteriore disgelo delle relazioni tra il Sudan e gli Stati Uniti.

Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa internazionale Reuters, circa 300 marines, sull’attenti a bordo della USS Winston Churchill, sono stati accolti da una banda militare sudanese a Port Sudan, una città strategicamente importante sul Mar Rosso che funge da porto principale del Sudan. Si tratta della prima volta che una nave della Marina statunitense attracca sulla costa del Sudan da decenni. Un giorno prima, il 28 febbraio, anche la fregata Admiral Grigorovich ha visitato il porto sudanese, diventando la prima nave da guerra russa ad entrarvi. Dal canto suo, la Russia progetta di creare una base navale in grado di ormeggiare navi di superficie a propulsione nucleare.

Le visite a Port Sudan da parte degli Stati Uniti e della Russia sono un segno della competizione internazionale per l’influenza in Sudan, che si trova in una regione che collega il Corno d’Africa, il Golfo e il Nord Africa. Il Paese è diventato molto instabile dopo il rovesciamento nel 2019 di Omar al-Bashir.

Secondo Reuters, il contrammiraglio Micheal Baze, direttore degli affari marittimi per la sesta flotta della Marina degli Stati Uniti, ha dichiarato: “La ragione per cui sono qui è perché voglio imparare di più sul vostro Paese e sviluppare una partnership con la Marina del Sudan”. Dal canto suo, detto il colonnello Ibrahim Hammad, comandante della flotta per la base navale di Port Sudan, ha ricordato che la visita statunitense è arrivata dopo una pausa di più di 30 anni delle relazioni tra le forze navali dei due Paesi.

La visita della USS Winston Churchill segue quella della USS Carson City, avvenuta dal 24 al 26 febbraio. Ancora prima,dal 25 al 27 gennaio, il vicecomandante del Comando dell’Africa degli Stati Uniti per l’impegno civile-militare, l’ambasciatore Andrew Young, e il direttore dell’intelligence, il contrammiraglio Heidi Berg, si sono recati a Port Sudan, dove si è discusso di “opportunità per futuri impegni militari” tra i due Paesi.

Gli Stati Uniti hanno stabilito relazioni diplomatiche con il Sudan nel 1956, dopo la sua indipendenza dall’amministrazione congiunta dell’Egitto e del Regno Unito. Il Sudan ha interrotto le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti nel 1967 dopo l’inizio della guerra arabo-israeliana, le quali sono state ristabilite nel 1972. Nel, 1989, dopo che il generale Omar al-Bashir ha preso il potere tramite un colpo di Stato, sostenuto dagli islamisti, il Sudan ha istituito legami con organizzazioni terroristiche internazionali. Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno designato il Sudan come “State Sponsor of Terrorism”, ovvero un Paese che sponsorizza le attività terroristiche, nel 1993, sospendendo successivamente le operazioni dell’ambasciata statunitense nel 1996. Quest’ultima è stata riaperta nel 2002.

Al-Bashir ha mantenuto il potere in Sudan per quasi 30 anni, finché le diffuse proteste popolari iniziate nel dicembre 2018 hanno portato al suo rovesciamento nell’aprile 2019. Un Consiglio militare di transizione ha governato il Paese fino ad agosto 2019, quando Al-Bashir ha accettato di cedere il potere a un Governo di transizione a guida civile  a seguito di negoziati sostenuti a livello internazionale.

Da quando è entrato in carica, il Governo ad interim a maggioranza civile ha compiuto numerosi passi per far progredire il Paese. Tra le altre cose, il 14 dicembre 2020, il Sudan è stato rimosso dalla lista statunitense degli State Sponsor of Terrorism. Tale designazione aveva reso impossibile per il Sudan accedere ad agevolazioni quali la cancellazione del debito o finanziamenti provenienti da istituti internazionali. Inoltre, questo passo rappresenta un cambiamento fondamentale nel rapporto USA-Sudan e permette agli Stati Uniti di fornire un sostegno più robusto alla transizione democratica dello Stato africano.

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Julie Dickman

di Redazione

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