Mali: jihadisti uccidono 9 civili nel centro del Paese

Pubblicato il 1 marzo 2021 alle 17:47 in Africa Mali

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Il 28 febbraio, 9 civili sono stati uccisi durante un attacco nella regione di Mopti, nel Mali centrale. I funzionari locali sospettano che i responsabili siano dei militanti jihadisti.

Si tratta dell’ennesimo attacco da parte dei gruppi islamisti nel centro del Mali. Secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa internazionale Reuters, gli assalitori hanno colpito i villaggi di Gorey, Simikanda e Djamnati, viaggiando su veicoli fuoristrada e armati di mitragliatrici. Yacouba Kassogue, il vicesindaco di Doucoumbo, località situata nelle vicinanze dei luoghi attaccati, ha informato che durante l’offensiva, i presunti jihadisti hanno incendiato alcune proprietà e rubato del bestiame appartenente agli abitanti dei villaggi. Il sindaco di Bankass, un comune rurale nel Mopti, Moulaye Guindo, ha dichiarato che, a suo avviso, i responsabili sono gli stessi uomini armati che hanno perpetrato l’assalto al checkpoint militare nei pressi della città di Bandiagara, il 25 febbraio, dove hanno perso la vita 9 soldati delle Forze Armate Maliane (FAM).

Il Mali centrale, abitato da molte comunità diverse, è stato messo a dura prova quando nel 2015 un gruppo armato, affiliato ad al-Qaeda, si è infiltrato nella regione. I militanti jihadisti sono riusciti ad insediarsi sfruttando le dispute interetniche, le frustrazioni delle comunità locali per il crescente banditismo, la corruzione del Governo e la competizione per le risorse, come la terra e l’acqua.

La violenza perpetrata nel centro del Paese è da collocarsi in un quadro più ampio, ovvero quello della crisi in Mali, iniziata nel 2012. Quell’anno, i separatisti di etnia taureg, alleati con i combattenti affiliati ad al-Qaeda, hanno lanciato una ribellione, prendendo il controllo del Nord del Paese. Tuttavia, i militanti del gruppo armato hanno rapidamente fatto leva sui ribelli tuareg per impadronirsi delle principali città settentrionali. Successivamente, i jihadisti sono riusciti ad infiltrarsi in tutta la regione del Sahel, situata sotto al deserto del Sahara. Il 10 gennaio 2013, i gruppi islamisti sono stati cacciati dalle truppe francesi, con l’aiuto delle forze maliane e dei soldati di altri Paesi africani, grazie alla missione Serval.

Quest’ultima è stata sostituita, il primo agosto 2014, dall’ operazione congiunta Barkhane, guidata dalla Francia e che coinvolge i militari del cosiddetto G5 Sahel, provenienti dal Burkina Faso, dal Ciad, dalla Mauritania, dal Mali e dal Niger. Nonostante questa iniziativa, gruppi legati allo Stato Islamico nel Levante (ISIL) e ad al-Qaeda sono sorti nelle regioni centrali e settentrionali del Paese, effettuando regolarmente incursioni contro l’esercito e i civili.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), più di due milioni di persone nella regione del Sahel hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni a causa della perpetua violenza. La regione in questione sta affrontando una crisi dovuta all’alto numero di sfollati interni, in cui donne e bambini sono le categorie più colpite. Le comunità locali hanno dimostrato una notevole generosità nel contribuire con l’umanitario, ma sono a un punto di rottura. Le capacità nazionali sono sopraffatte e il sostegno internazionale è stato sproporzionatamente dedicato all’assistenza alla sicurezza, con risorse limitate per le attività umanitarie e di sviluppo che urgentemente necessarie.

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Julie Dickman

 

di Redazione

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