Guerra in Camerun: violazioni di diritti umani e abusi

Pubblicato il 28 febbraio 2021 alle 6:00 in Africa Camerun

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Un rapporto di Human Rights Watch, un’organizzazione internazionale volta a difendere i diritti umani, ha portato alla luce degli abusi perpetrati dai soldati camerunensi, che dal 2016 sono impegnati in una guerra civile che ha causato la morte di migliaia di persone. 

Dal rapporto, pubblicato il 26 febbraio, è emerso che il primo marzo 2020, 50 soldati hanno effettuato un attacco nel villaggio di Ebam, nel Sud-Ovest del Paese, dove hanno violentato almeno 20 donne, tra cui 4 disabili, e arrestato 35 uomini, uccidendone uno. Secondo Human Rights Watch, l’attacco a Ebam è stato uno dei peggiori effettuati dall’esercito negli ultimi anni. I soldati hanno anche bruciato una casa, saccheggiato decine di proprietà e torturato degli uomini che hanno portato in una base militare. Le regioni nord-occidentali e sud-occidentali del Camerun sono state teatro di violenze dalla fine del 2016, poiché i separatisti armati cercano l’indipendenza delle regioni anglofone minoritarie del paese.

Secondo l’organizzazione non c’è stata alcuna indagine efficace e nessuno è stato ritenuto responsabile dei crimini. Nel documento si legge: “Un anno dopo, i sopravvissuti all’attacco di Ebam cercano disperatamente giustizia e risarcimenti, e vivono con l’inquietante consapevolezza che coloro che hanno abusato di loro sono liberi e non hanno affrontato alcuna conseguenza”.

A partire dal 2017, Human Rights Watch ha documentato diffuse violazioni dei diritti umani da parte dei membri delle forze di sicurezza camerunesi nelle regioni anglofone del Paese, comprese torture e violenze sessuali. Tuttavia, a nessuno è stata ancora attribuita la responsabilità di tali crimini, lasciando le forze armate impunite. In questo contesto, il Governo camerunese ha l’obbligo legale, ai sensi del diritto internazionale, di garantire che i responsabili della violenza sessuale e di altri gravi crimini come l’omicidio e la tortura vengano indagati e perseguiti. Lo Stato ha anche l’obbligo di fornire risarcimenti, mezzi di sussistenza e accesso alle cure mediche e psicologiche a lungo termine per i sopravvissuti a tali abusi.

Negli ultimi quattro anni, le regioni anglofone del Camerun sono state coinvolte in un mortale Quadro di violenza che ha portato a una grave crisi umanitaria, causando lo sfollamento di quasi 700.000 persone. I dati di Human Rights Watch stimano che la violenza abbia provocato oltre 3.500 vittime dalla fine del 2016 ad oggi. La crisi è stata caratterizzata da diffuse violazioni dei diritti umani, sia da parte delle forze governative sia dai separatisti armati. Le forze di sicurezza hanno ucciso civili, raso al suolo centinaia di case, aggredito sessualmente le donne e arrestato e torturato arbitrariamente centinaia di presunti combattenti separatisti. Anche i separatisti armati hanno ucciso civili, attaccato operatori umanitari e scuole, rapito centinaia di persone, tra cui studenti e insegnanti, distrutto case e torturato quelli percepiti come oppositori.

La violenza in Camerun è iniziata nel novembre 2016, quando le milizie separatiste delle regioni settentrionali e Sud-occidentali del Paese hanno iniziato a scontrarsi con l’esercito camerunense per la costituzione di uno Stato autonomo con il nome di Ambazonia. Il primo ottobre 2017, i separatisti hanno proclamato l’indipendenza dell’Ambazonia, nota anche come Camerun britannico del Sud, e hanno creato un governo provvisorio, osteggiato dal presidente, Paul Biya. 

Nel marzo 2020, le Forze di Difesa del Camerun Meridionale (SOCADEF), un gruppo separatista, hanno chiesto un cessate il fuoco mentre veniva dichiarata la pandemia da Covid-19. Il 16 giugno 2020, alcuni funzionari del Governo hanno tenuto colloqui di pace nella capitale, Yaoundé, con i leader del Governo provvisorio, un importante gruppo separatista guidato da Sisiku Julius Ayuk Tabe, che era stato precedentemente condannato all’ergastolo. Tuttavia, né la richiesta di un cessate il fuoco né i colloqui di pace hanno messo fine alle violenze contro i civili. Il 10 settembre 2019 tra le crescenti violenze e a seguito di una sostenuta pressione internazionale, il presidente, Paul Biya, ha indetto un “dialogo nazionale”, una serie di discussioni a livello nazionale volte ad affrontare la crisi anglofona. Il dialogo si è concluso con l’adozione di uno status speciale per le due regioni anglofone e il rilascio di centinaia di persone arrestate in relazione ai disordini nelle regioni del Nord-Ovest e del Sud-Ovest.

Nonostante i tentativi per ristabilire la pace, la violenza nel Paese continua. Il 24 ottobre 2020, uomini armati hanno preso d’assalto una scuola a Kumba, nella regione Sud-occidentale, e hanno aperto il fuoco in un’aula, uccidendo 7 bambini e ferendone altri 13. Il 10 gennaio, i soldati dell’esercito hanno ucciso almeno 9 civili nel villaggio di Mautu, nella stessa regione. Tra i morti c’erano una donna e un bambino. I soldati hanno anche saccheggiato decine di case e minacciato i residenti.

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Julie Dickman

di Redazione

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