Myanmar: crescono gli scontri tra polizia e manifestanti

Pubblicato il 27 febbraio 2021 alle 12:52 in Asia Myanmar

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La polizia del Myanmar ha avviato, il 27 febbraio, la più radicale campagna di repressione delle proteste in corso nel Paese. Secondo più media locali, una donna sarebbe stata uccisa da un colpo d’arma da fuoco e decine di persone sarebbero state arrestate. Il giorno prima, l’inviato all’Onu del Myanmar ha chiesto che vengano impiegati tutti i mezzi necessari per fermare il colpo di Stato del primo febbraio scorso.

La polizia è stata schierata nelle principale città del Myanmar dalle prime ore del mattino del 27 febbraio. A Yangon, la metropoli più grande del Paese, i militari hanno iniziato ad arrestare i manifestanti man mano che si radunavano in strada e, tra le persone trattenute, vi sarebbero stati anche più giornalisti. Man mano che il numero di partecipanti alle proteste è aumentato, hanno iniziato a verificarsi scontri tra questi ultimi e la polizia.  In particolare, la folla scesa in strada per protestare si sarebbe poi dispersa nelle strade secondarie e dentro ai palazzi mentre la polizia avrebbe iniziato ad avanzare utilizzando gas lacrimogeni e granate stordenti e sparando colpi d’arma da fuoco in aria. In alcuni casi, i manifestanti avrebbero issato barricate, ma le folle sarebbero state presto disperse e più persone sarebbero state trattenute e picchiate.

Scene simili sono avvenute anche in altre località come Mandalay, il secondo centro urbano più grande del Paese. Nella città centrale di Monwya, invece, secondo almeno tre diversi media locali, una donna sarebbe morta dopo essere stata colpita dal proiettile di un’arma da fuoco ma le circostanze dell’episodio restano ancora da chiarire. In precedenza, un manifestante della stessa città, aveva riferito che la polizia aveva sparato sulla folla che si stava adunando con cannoni ad acqua.

Secondo quanto dichiarato dal leader della giunta militare al potere in Myanmar, il generale Min Aung Hlaing, la polizia avrebbe fatto finora un uso minimo della forza.

Il 26 febbraio, in occasione di un incontro dell’assemblea generale dell’Onu, il rappresentante del Myanmar, Kyaw Moe Tun, ha annunciato di parlare a nome del governo deposto e ha chiesto alle Nazioni Unite di impiegare “tutti i mezzi necessari” contro l’Esercito birmano per porre fine al colpo di Stato e ripristinare la democrazia. Il diplomatico ha anche chiesto all’Onu di fornire sicurezza alla popolazione del Myanmar e, a conclusione del suo intervento, parlando in birmano, ha affermato: “La nostra causa vincerà”, mostrando il saluto a tre dita dei manifestanti pro-democrazia. Il relatore speciale delle Nazioni Unite, Tom Andrews, ha affermato di essere stato colpito dal coraggio del diplomatico birmano e ha aggiunto che è arrivato il momento per il mondo di rispondere attivamente alla chiamata.

Nella stessa giornata, però,  l’inviato della Cina alle Nazioni Unite, Zhang Jun, ha affermato che Pechino è in contatto con le parti birmane e ha precisato che la situazione sia una questione interna del Myanmar. Infine, Zhang ha aggiunto che la Cina sta sostenendo gli sforzi messi in campo dall’Associazione delle Nazioni del Sud Est Asia (ASEAN) per trovare una soluzione.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito ha preso il potere in Myanmar e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale saranno indette elezioni, dopo aver arrestato la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, e il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, con l’83% dei voti.

Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha anche arrestato più politici locali della NDL, attivisti e critici delle forze armate in tutto il Paese. Successivamente è stata quindi introdotta la legge marziale in più aree del Paese, imponendo un coprifuoco e un divieto di riunione per oltre cinque persone e la connessione ad Internet è stata ripetutamente interrotta e riattivata. Ciò nonostante, dal 6 febbraio scorso, la popolazione non ha mai smesso di protestare e, durante le manifestazioni, sono morte in totale 3 persone tra i manifestanti e un poliziotto. Oltre a questo, è iniziato un movimento di disobbedienza pubblica dei lavoratori statali in vari settori dall’istruzione all’aviazione.  Il 16 febbraio, la leader Suu Kyi ha ricevuto nuove accuse riguardanti la violazione della Legge sui disastri naturali, oltre a quelle per l’importazione illegale di 6 walkie-talkie. Al 27 febbraio, secondo più fonti la posizione della donna non sarebbe chiara e sarebbe stata spostata dalla propria abitazione dove era agli arresti domiciliari.

A livello internazionale, più Paesi, compresi quelli del G7, hanno condannato i fatti e alcuni hanno adottato misure punitive. La Nuova Zelanda ha tagliato i rapporti con la giunta militare, mentre, gli USA, il Canada e il Regno Unito hanno adottato sanzioni. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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