Armenia: il punto della situazione

Pubblicato il 26 febbraio 2021 alle 8:08 in Armenia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Il 25 febbraio, lo Stato Maggiore delle Forze Armate dell’Armenia ha rilasciato una dichiarazione chiedendo le dimissioni del primo ministro del Paese, Nikol Pashinyan, e di tutto il Governo. Il documento è stato firmato dal capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, Onik Gasparyan, e da vice ufficiali di vari dipartimenti dell’Esercito. A loro avviso, il premier e l’esecutivo di Yerevan sarebbero “incapaci di prendere decisioni adeguate in una situazione di crisi”. In risposta, Pashinyan ha definito l’azione un “tentativo di colpo di Stato”, e ha esortato i propri sostenitori a riunirsi nella piazza centrale di Yerevan.

Le tensioni tra il primo ministro e le Forze Armate si sono intensificate a causa della disputa sull’uso, da parte dell’Armenia, dei complessi operativi e tattici “Iskander” acquisiti dalla Russia durante il conflitto in Nagorno-Karabakh, a settembre 2020. In merito, il 16 febbraio, l’ex presidente di Yerevan, Serzh Sargsyan, aveva affermato che i militari armeni avrebbero dovuto avvalersi di tali attrezzature nei primi giorni di combattimento. Al contrario, Pashinyan, in un’intervista del 23 febbraio, ha sostenuto che quest’arma fosse “inefficace”. Il Ministero della Difesa dell’Armenia ha rifiutato di commentare la dichiarazione del premier, ma il primo vice capo di Stato Maggiore, Tiran Khachatryan, ha descritto le sue parole come “superficiali”.

Per tale motivo, il 24 febbraio, l’ufficiale è stato destituito da Pashinyan, spingendo l’Esercito a chiedere le sue dimissioni. Il primo ministro, a sua volta, ha invocato al “golpe” e ha annunciato come contromisura di voler riformare le Forze Armate nazionali, licenziando anche Gasparyan. Secondo la Costituzione armena, il capo di Stato Maggiore è nominato e rimosso dal presidente della Repubblica su proposta del premier. Nel caso in cui il presidente non approvi la mozione entro 15 giorni, questa entra automaticamente in vigore. L’amministrazione dell’attuale capo di Stato, Armen Sargsyan, ha riferito di non aver ancora firmato la richiesta di Pashinyan.

Di conseguenza, nel pomeriggio del 25 febbraio, Yerevan è stata teatro di proteste da parte di due “schieramenti”. Da un lato, il primo ministro e i suoi sostenitori si sono radunati a piazza della Repubblica, e hanno marciato per le strade della capitale armena. Stando a quanto riportato dai media, i seguaci del premier erano circa 1000. Dopo un’ora, Pashinyan ha reso nota la fine della manifestazione, e ha invitato le forze politiche del Paese ad avviare un processo di consultazioni. Dall’altro, l’opposizione armena si è raggruppata davanti al Parlamento, barricando la strada e chiedendo a gran voce le dimissioni del primo ministro. Le proteste, secondo il leader del Movimento per la Salvezza della Patria, Artur Vanetsyan, andranno avanti indefinitamente. Inoltre, il politico ha spiegato che tali azioni non sono un tentativo di colpo di Stato, ma il diritto costituzionale dell’Esercito di indicare Pashinyan come “il principale nemico che minaccia la sicurezza dell’Armenia”.

L’opposizione, come promesso, è rimasta per tutta la notte vicino al palazzo del Parlamento, su Baghramyan Avenue, per continuare la manifestazione a tempo indeterminato. Secondo Sputnik Armenia, diverse centinaia di sostenitori del Movimento per la Salvezza della Patria hanno allestito tende, immagazzinato legna da ardere e provviste. Nella mattinata del 26 febbraio, altri oppositori si sono aggiunti, in attesa della riunione del Consiglio parlamentare di Yerevan, prevista per le 11:00, ora locale. In particolare, il Parlamento discuterà l’ordine del giorno proposto dall’opposizione dell’assemblea, tra cui l’eliminazione della legge marziale e la ricerca di soluzioni alla crisi politica interna.

La situazione in Armenia è particolarmente tesa dall’autunno 2020, quando il 27 settembre le ostilità tra Armenia e Azerbaijan nel territorio conteso del Nagorno-Karabakh sono sfociate in un conflitto aperto. Gli scontri sono poi terminati con la firma di un accordo di cessate il fuoco, il 10 novembre 2020, raggiunto grazie alla mediazione della Russia. Il passaggio più controverso dell’intesa riguarda la parte del territorio del Nagorno-Karabakh precedentemente controllata dalle Forze Armate armene, la quale comprende la città di Shusha, a 11 km dal centro amministrativo dell’enclave, la città di Stepanakert, che è ritornata sotto la giurisdizione di Baku. Nel suo discorso al popolo armeno, Pashinyan ha definito la decisione di porre fine al conflitto armato un passo necessario per evitare il collasso militare. Da parte loro, però, i rappresentanti dell’opposizione del Paese hanno descritto i termini del cessate il fuoco una “capitolazione” e, sin da allora, hanno iniziato a reclamare le dimissioni del primo ministro.

Leggi Sicurezza Internazionale, il solo quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Mariela Langone

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.