Afghanistan: tensione nelle province occidentali, riprende il dialogo a Doha

Pubblicato il 26 febbraio 2021 alle 17:59 in Afghanistan Asia

FacebookTwitterLinkedInEmailCopy Link

Almeno 3 persone sono state uccise in un attacco contro la casa di un giornalista, nella provincia occidentale di Ghor. Nella vicina Faryab, 7 distretti su 14 sono stati attaccati dai talebani negli ultimi 7 giorni. Intanto, continuano i colloqui a Doha, in Qatar. 

L’attacco a Gohr ha avuto luogo la sera del 25 febbraio e gli uomini armati in questione non sono stati identificati. L’abitazione apparteneva a Bismillah Adil, giornalista, attivista ed ex direttore di Radio Sada-e-Ghor, ucciso il primo gennaio 2020, in un attacco mirato. L’assalto del 25 febbraio ha causato la morte di un fratello di Adil, di suo cugino e del nipote, di soli 13 anni. Altre 5 persone sono rimaste ferite, tutti familiari dell’uomo. Un altro fratello di Adil, Lala Gul, ha accusato i talebani delle violenze contro la sua famiglia. Un portavoce del gruppo militante in questione, Qari Ahmad Yusuf, ha respinto le accuse di coinvolgimento nell’assalto. Intanto, i funzionari locali di Ghor hanno affermato che una squadra sta indagando sull’attacco, mentre alcuni cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il clima di estrema insicurezza nel Paese. 

Nella vicina provincia di Faryab, i residenti si stanno trasferendo nei distretti considerati più sicuri, per tentare di sfuggire agli attacchi in corso negli ultimi giorni. Secondo quanto riferito dalla stampa locale, gli abitanti della provincia sono preoccupati per l’aumento delle violenze, in vista di una possibile offensiva in primavera. La polizia di Faryab ha riferito che dal 19 al 26 febbraio si sono verificati scontri letali tra forze armate afghane e talebani, in almeno 7 distretti su 14 della provincia. “La gente è preoccupata perché la stagione primaverile è vicina e temono che gli scontri si intensificheranno, più persone dovranno abbandonare le proprie case e più persone saranno uccise”, ha dichiarato un residente. Un membro del consiglio provinciale di Faryab, Mohammad Saeedi, ha affermato che centinaia di famiglie risultano già sfollate, a seguito delle recenti violenze. “Il grosso problema è che il Governo interviene dopo che si è verificato un incidente”, ha riferito Saeedi. “A volte hanno informazioni sull’intenzione dei talebani di lanciare un attacco, ma aspettano che accada qualcosa e poi intervengono”, ha aggiunto.

I distretti di Qaisar, Almar, Khwaja Sabz Posh, Shirin Tagab, Dawlat Abad, Pashtun Kot e Gerziwan hanno assistito ad attacchi da parte dei talebani contro le forze di sicurezza afghane, nell’ultima settimana. La polizia ha dichairato che entrambe le parti hanno subito vittime a causa degli assalti. “Almeno 17 talebani armati sono stati uccisi nell’ultima settimana e altri 24 sono rimasti feriti. Molti dei loro leader sono tra coloro che sono stati uccisi e feriti”, ha dichiarato il portavoce della polizia di Faryab, Abdul Karim Yurish. Anche 5 membri delle forze di sicurezza afghane sono stati uccisi e altri 7 sono rimasti feriti negli scontri. Tali notizie arrivano a fronte di un clima di tensione ed instabilità anche nella provincia occidentale di Herat, dove almeno 6 persone sono rimaste uccise e altre 4 sono state ferite in un attacco con autobomba contro un avamposto, la notte tra il 24 e il 25 febbraio. 

Intanto, a Doha, in Qatar, la sera del 25 febbraio, i negoziatori dei talebani e della Repubblica Afghana hanno tenuto il loro terzo incontro dopo oltre un mese di stallo nei colloqui. La discussione si è svolta a livello di gruppo di lavoro ed è stata finalizzata alla definizione dell’agenda per i veri e propri negoziati di pace, che ancora non sono stati avviati. Lo stesso giorno, il presidente dell’Afghanistan, Ashraf Ghani, ha incontrato gli ambasciatori dei Paesi membri della NATO a Kabul per parlare del processo di pace, della decisione degli Stati Uniti di rivedere l’accordo di Doha con i talebani e della conferenza dei ministri della Difesa della NATO, tenutasi tra il 17 e il 18 febbraio. In tale contesto, Ghani ha sottolineato il ruolo delle forze afghane nella lotta al terrorismo internazionale e ha ribadito la necessità di imporre un cessate il fuoco nel Paese. Gli ambasciatori della NATO, da parte loro, hanno riconfermato il sostegno alle forze armate del Paese asiatico e lanciato un nuovo appello per la pace, per la definizione di un cessate il fuoco e la protezione dei risultati ottenuti in Afghanistan in questi anni, tra cui i progressi democratici. 

In questo contesto, i talebani continuano ad insistere sul fatto che gli Stati Uniti sono gli unici ad aver violato l’accordo di Doha, firmato tra i rappresentanti statunitensi e i negoziatori dei talebani il 29 febbraio 2020. Il vice leader del gruppo, Sirajuddin Haqqani, in un messaggio audio ai suoi sostenitori ha accusato gli USA e ha affermato che i militanti, invece, sono rimasti fedeli ai termini dell’intesa. Nonostante tali affermazioni, il 23 febbraio, i talebani a Doha avevano lanciato un appello ai membri del gruppo chiedendo di evitare di ospitare combattenti stranieri di altri gruppi militanti e di non consentirgli l’affiliazione. L’appello arrivava quasi un anno dopo l’accordo con gli Stati Uniti, che prevedeva proprio l’impegno a mettere fine ai rapporti con qualsiasi organizzazioni terroristica. Nonostante l’intesa, i talebani sono stati criticati dai funzionari afgani e statunitensi per aver mantenuto relazioni con al-Qaeda. Il gruppo aveva negato tali affermazioni. Tuttavia, le Nazioni Unite hanno ribadito a gennaio 2021 che ci sono tra i 200 e i 500 combattenti di al-Qaeda in circa 11 province afghane. L’accordo con gli Stati Uniti prevedeva anche la diminuzione delle violenze, ma anche questo punto sembra non essere stato rispettato. 

Già durante i negoziati per finalizzare l’intesa USA-talebani, le violenze sul campo in Afghanistan erano cominciate ad aumentare, fino a diventare assalti quotidiani ad opera dei talebani, ma anche di altre organizzazioni tra cui lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan. Gli Stati Uniti avevano chiesto di rispettare almeno 2 settimane di cessate il fuoco, con scarsi risultati. In ogni caso, l’accordo “storico” era stato sottoscritto e prevedeva una serie di clausole, che avrebbero garantito il ritiro progressivo delle truppe statunitensi dal Paese. Questo sarebbe dovuto essere finalizzato entro maggio 2021. In tale contesto, l’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha continuato a riportare a casa i soldati statunitensi, raggiungendo il minimo storico di 2.500 soldati in Afghanistan, prima della fine del suo mandato, terminato il 20 gennaio. Già durante la sua campagna elettorale del 2016 Trump aveva promesso più volte di mettere fine alle “guerre infinite” combattute dagli USA all’estero. Oggi, l’amministrazione di Joe Biden si trova a gestire questa delicata situazione e ha già confermato che l’accordo tra Stati Uniti e talebani è in via di revisione, poiché i militanti sembrano non aver rispettato le clausole che avevano sottoscritto. Il Pentagono, di conseguenza, ha riferito che le truppe statunitensi non lasceranno il Paese entro maggio 2021. 

Leggi Sicurezza Internazionale, il quotidiano italiano interamente dedicato alla politica internazionale

Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

Al fine di migliorare la tua esperienza di navigazione, questo sito utilizza i cookie di profilazione di terze parti. Chiudendo questo banner o accedendo ad un qualunque elemento sottostante acconsenti all’uso dei cookie.