Afghanistan: attacco con autobomba ed alta tensione ad Herat

Pubblicato il 25 febbraio 2021 alle 16:14 in Afghanistan Asia

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Almeno 6 membri delle Forze di Rivolta Pubblica sono stati uccisi e altri 4 sono rimasti feriti in un attacco con autobomba contro un avamposto, nella provincia occidentale di Herat, la notte tra il 24 e il 25 febbraio. Il giorno precedente, il Consiglio dei religiosi della provincia aveva chiesto la fine delle ostilità e mostrato supporto al Governo di Kabul.

L’assalto con autobomba è stato effettuato nel villaggio di Qudus Abad, nel distretto di Kohsan. Secondo il quotidiano afghano, Tolo News, che cita il governatore di Herat, Sayed Waheed Qatali, i talebani sono responsabili dell’attentato. Tuttavia, questi non hanno commentato l’attacco. Inoltre, le fonti locali hanno riferito che gli scontri sono continuati per diverse ore, a seguito dell’esplosione. Le Forze di Rivolta Pubblica che sono state prese di mira fanno parte delle milizie filo-governative che combattono insieme ai militari afghani per garantire la sicurezza di diverse aree del Paese, tra cui Herat. L’ultimo episodio violento nella provincia risale al 9 febbraio, quando 4 agenti di polizia erano rimasti uccisi dalla detonazione di un ordigno sul ciglio della strada, nel distretto Zenda Jan. Anche in questo caso, le autorità afghane avevano incolpato i talebani, ma questi non avevano rivendicato l’assalto.  

Per quanto riguarda la situazione nella provincia, il giorno prima dell’attacco, il 24 febbraio, il Consiglio degli Ulema di Herta, un gruppo di dotti clerici musulmani sunniti della regione, aveva lanciato un appello a sostegno del Governo di Kabul, chiedendo la fine delle violenze in Afghanistan. Il Consiglio ha auspicato l’imposizione di un cessate il fuoco e la fine dello spargimento di sangue nel Paese e ha elogiato le forze di sicurezza afghane per aver protetto la popolazione. Tali affermazioni, in realtà, rivelano una spaccatura all’interno della comunità religiosa della provincia, poichè vanno in contrasto con le parole dell’Imam della moschea Gazargah, situata sempre nella provincia di Herat, Mawllavi Mujeeb Rahman Ansari, che aveva affermato che sostenere il Governo di Kabul era considerato una ”grave colpa”. Le sue parole sono state criticate dalle istituzioni afghane e hanno spinto il Consiglio degli Ulema ad intervenire. Il capo del Dipartimento di Herat per il Pellegrinaggio Santo e gli Affari Islamici, Mawllavi Abdul Khaliq Haqqani, ha invitato i religiosi a sostenere gli sforzi per la pace. Nell’appello del 24 febbraio, il Consiglio ha quindi dichiarato che continuare con la guerra in Afghanistan è in contrasto con il regolamento islamico.

Herat è una città dell’Afghanistan occidentale, nei pressi del confine con l’Iran, che è rinomata per l’arte e la cultura, ma è anche nota per la grande presenza di clerici conservatori. Questi affermano di non essere affiliati ai talebani, tuttavia vigilano sull’osservanza di rigidi codici islamici e controllano di alcune zone della città, con il beneplacito delle autorità locali. Ad ottobre del 2020, la presenza di questi “vigilantes estremisti” e la loro pressante gestione di alcune aree di Herat hanno allarmato le organizzazioni per la tutela dei diritti delle donne e hanno messo in difficoltà l’esecutivo provinciale. Alcuni di questi gruppi di conservatori islamisti hanno manifestato un’aperta rottura con il Governo afghano, ritenuto corrotto e inefficace. Non è da escludere che tali fazioni possano sostenere i talebani nelle offensive contro Kabul che si sono diffuse in tutto il territorio afghano. 

Intanto, la situazione nel Paese è estremamente complessa e il clima è molto teso. Nonostante siano in atto alcuni sforzi diplomatici tra la Repubblica Islamica dell’Afghanistan e talebani, l’inizio di un vero e proprio dialogo intra-afghano sembra sempre più lontano e i cosiddetti colloqui preliminari ai negoziati di pace a Doha, in Qatar, che sono stati inaugurati il 12 settembre, rimangono bloccati alle fasi preliminari. La situazione è ulteriormente peggiorata da quando la nuova amministrazione statunitense, guidata dal presidente Joe Biden, in carica dal 20 gennaio, ha riferito che lo “storico” accordo tra USA e talebani del 29 febbraio 2020 sarebbe stato riesaminato, prima di prendere decisioni riguardo alla posizione della Casa Bianca sulla permanenza delle proprie truppe sul territorio afghano. Il 31 gennaio, un rappresentante dei talebani aveva affermato che il gruppo militante islamista continuerà a “difendere il Paese”, se le forze armate straniere rimarranno in Afghanistan dopo maggio 2021, termine ultimo fissato dall’intesa per il ritiro delle truppe statunitensi. 

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Maria Grazia Rutigliano

di Redazione

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