Nepal: la Corte suprema ripristina il Parlamento

Pubblicato il 24 febbraio 2021 alle 10:13 in Asia Nepal

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La Corte suprema del Nepal, il 23 febbraio, ha ripristinato il Parlamento nazionale, che era stato sciolto lo scorso 20 dicembre, e ha indetto una seduta dell’istituzione entro tredici giorni.

La decisione è arrivata dopo che la Corte suprema ha analizzato vari casi di denuncia rispetto alla non costituzionalità della dissoluzione parlamentare che era stata richiesta del primo ministro nepalese, Khadga Prasad Sharma Oli. In base all’esito delle sentenza, quest’ultimo sarà sottoposto ad un voto di sfiducia.

All’indomani del 20 dicembre scorso, più critici avevano definito lo scioglimento del Parlamento “non-costituzionale”, poiché questo è consentito dalla Costituzione nepalese del 2015 prima della scadenza del suo mandato solamente nel caso in cui nessun partito o coalizione goda di una maggioranza assoluta dei legislatori. Al momento della dissoluzione del Parlamento su suggerimento di Oli, però, il Partito comunista del Nepal (NCP), deteneva 2/3 della maggioranza parlamentare e, per questo, la mossa era stata dichiarata non-costituzionale.

Il 23 febbraio, membri dell’opposizione e dissidenti del partito di Oli hanno accolto con favore la decisione della Corte suprema, mentre almeno 100 attivisti si sono radunati nella capitale Kathmandu per festeggiare la sentenza e chiedere le dimissioni di Oli.

Al momento, in Nepal è in corso una crisi politica da quando, lo scorso 20 dicembre, la presidente nepalese, Bidhya Devi Bhandari, aveva sciolto il Parlamento del Paese su richiesta del primo ministro Oli e aveva annunciato che sarebbero state indette elezioni parlamentari dal 30 aprile al 10 maggio 2021. In seguito allo dello scioglimento del Parlamento, più ministri del governo nepalese si erano dimessi, varie petizioni erano state sottoposte alla Corte Suprema contro tale decisione ed erano state organizzate manifestazioni di massa nella capitale Katmandu. Lo scorso 4 febbraio, ad esempio, è stato indetto uno sciopero nazionale e 77 persone sono state arrestate.

Il premier, in carica dal 15 febbraio 2018, aveva richiesto lo scioglimento del corpo legislativo, formato da 275 sedute e dal mandato quinquennale, così da non doversi dimettere in favore di una seconda persona interna alla coalizione di governo, secondo quanto previsto da un’intesa interna alla sua fazione politica, risalente al 2017. In tale anno, in Nepal, due diversi partiti comunisti si erano uniti, stringendo un accordo che prevedeva un cambio nella figura del premier dopo due anni e mezzo in carica, ma Oli sarebbe stato finora restio a rispettare tale impegno, creando tensioni interne al partito.  Alla luce della sua riluttanza, il 20 dicembre, prima della decisione di Oli, decine di parlamentari al governo avevano proposto di presentare un voto di sfiducia contro il premier.

Secondo quanto affermato da Oli, all’interno dello NCP, i suoi rivali non avrebbero cooperato con il governo nella definizione di più politiche e per la nomina di funzionari per più ambiti quali le commissioni per i diritti umani nazionali e per la lotta alla corruzione. Lo NCP era nato dall’unione del Partito Comunista del Nepal (Leninisti e Marxisti Unificati) (CPN-UML), guidato dal premier Oli, e del Partito Comunista del Nepal (Centro Maoista) (CPN-MC), con a capo Pushpa Kamal Dahal. Quest’ultimo, è il co-presidente dello NCP insieme ad Oli e avrebbe dovuto   prendere il suo posto a metà legislatura.

Le divisioni interne allo NCP hanno preoccupato i due Paesi confinanti con il Nepal, ovvero l’India e la Cina. La prima teme che l’instabilità nepalese possa propagarsi ai confini indiani, che gruppi avversi al governo di Nuova Delhi possano trovare rifugio nel Paese e che la Cina possa approfittare dell’instabilità per intervenire nella politica del Nepal definendo un governo favorevole a Pechino. L‘influenza cinese in Nepal è iniziata intorno al 2015 e ha raggiunto l’apice nel 2018 con la formazione del governo guidato dallo NCP che ha aderito al progetto delle Nuove Vie della Seta di Pechino, attirando nel Paese grandi investimenti da parte cinese. Oltre a questo, Oli ha cercato di avvicinare il proprio Paese a Pechino per ridurre la dipendenza del Nepal dall’India.

 Alla luce di tale quadro, per la Cina, una crisi politica potrebbe mettere a rischio i progressi compiuti rispetto alla propria influenza politica ed economica in Nepal. Secondo più fonti, nel corso del 2020, l’ambasciatore cinese in Nepal, Hou Yanqi, avrebbe più volte mediato le dispute interne allo NCP ma gli ultimi eventi avrebbero dimostrato uno scarso successo. 

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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