La Malesia rimpatria 1.086 persone in Myanmar

Pubblicato il 24 febbraio 2021 alle 7:02 in Immigrazione Malesia Myanmar

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La Malesia ha riportato 1.086 cittadini birmani in Myanmar, il 23 febbraio, nonostante la sentenza di l’Alta Corte di Kuala Lumpur avesse bloccato il loro rimpatrio alla luce di una petizione presentata da gruppi di attivisti per i diritti umani, tra cui Amnesty International, che temono per le vite di tali persone.

I 1.806 cittadini birmani sono stati imbarcati su tre navi inviate dall’Esercito del Myanmar, che dal primo febbraio scorso ha preso il potere in Myanmar, a Lumut, nell’Ovest della Malesia. Il direttore generale del dipartimento per l’immigrazione malese, Khairul Dzaimee Daud, ha affermato che tra le persone rimpatriate non vi siano rifugiati di etnia rohingya o richiedenti asilo e che tutti avrebbero accettato volontariamente di essere riportati in Myanmar, senza essere forzati da nessuno.

In tale contesto, I Rohingya sono una popolazione musulmana concentrata soprattutto nello Stato birmano di Rakhine, confinante con il Bangladesh, che non è mai stata riconosciuta ufficialmente come un gruppo etnico indigeno birmano ma che è invece ritenuta dal governo di Yangon una popolazione migrata in Myanmar dal Bangladesh. Già dal 2016, erano emerse alcune notizie riguardo violenze di massa contro i Rohingya condotte dall’Esercito birmano in tale Stato, poi, dal 25 agosto 2017, è esplosa la violenza dei militari contro tale minoranza, costringendo oltre 742.000 persone a recarsi nel vicino Bangladesh in quello stesso anno. L’organizzazione Medici senza frontiere ha stimato che, solamente nel primo mese di tale campagna di repressione, siano state uccise 6.700 persone, di cui 730 erano bambini di età inferiore ai cinque anni. Nel 2018, poi, un gruppo di ribelli dello Stato di Rakhine ha formato il cosiddetto Arakan Army e sta combattendo contro l’Esercito del Myanmar.

La Malesia si è impegnata a non deportare persone appartenenti alla minoranza musulmana dei rohingya e i rifugiati registrato all’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR). Tuttavia, proprio quest’ultimo ha riferito che tra le 1.086 persone riportate in Myanmar, almeno 6 sarebbero registrate ai propri servizi. Altri gruppi a sostegno dei diritti umani hanno poi aggiunto che anche persone appartenenti a minoranze musulmane non rohingya alle etnie chi e kachi scappati dal Paese sarebbero tra i deportati. L’UNHCR non ha avuto la possibilità di entrare in contatto con le persone in questione per controllare le loro condizioni.

In tale contesto, I Rohingya sono una popolazione musulmana concentrata soprattutto nello Stato birmano di Rakhine, confinante con il Bangladesh, che non è mai stata riconosciuta ufficialmente come un gruppo etnico indigeno birmano ma che è invece ritenuta dal governo di Yangon una popolazione migrata in Myanmar dal Bangladesh. Già dal 2016, erano emerse alcune notizie riguardo violenze di massa contro i Rohingya condotte dall’Esercito birmano in tale Stato, poi, dal 25 agosto 2017, è esplosa la violenza dei militari contro tale minoranza, costringendo oltre 742.000 persone a recarsi nel vicino Bangladesh in quello stesso anno. L’organizzazione Medici senza frontiere ha stimato che, solamente nel primo mese di tale campagna di repressione, siano state uccise 6.700 persone, di cui 730 erano bambini di età inferiore ai cinque anni. Nel 2018, poi, un gruppo di ribelli dello Stato di Rakhine ha formato il cosiddetto Arakan Army e sta combattendo contro l’Esercito del Myanmar.

L’Alta Corte di Kuala Lumpur, lo stesso 23 febbraio, aveva bloccato il processo di rimpatrio fino alle 10:00 del 24 febbraio, quando avrebbe dovuto ascoltare la posizione degli attivisti per i diritti umani per fermare il rimpatrio. I 1.086 birmani rimpatriati erano stati arrestati per reati di immigrazione in Malesia, che non riconosce i rifugiati, trattandoli come se fossero migranti senza documenti. In totale, nel Paese, vi sono oltre 154.000 richiedenti asilo birmani.

La mossa malese è stata criticata dagli USA e da altri Paesi occidentali i quali hanno accusato Kuala Lumpur di aver legittimato la giunta militare al potere in Myanmar cooperando sulla questione.

Il primo febbraio scorso, l’Esercito ha preso il potere in Myanmar e ha dichiarato lo stato d’emergenza per un anno, a conclusione del quale saranno indette elezioni, dopo aver arrestato la leader Aung San Suu Kyi e altre figure di primo piano del governo civile, tra i quali il presidente Win Myint. I poteri legislativi, esecutivi e giudiziari sono stati trasferiti al comandante in capo delle forze armate, il generale Min Aung Hlaing, e il generale Myint Swe è stato nominato presidente ad interim. L’Esercito ha giustificato le proprie azioni denunciando frodi elettorali che avrebbero caratterizzato le elezioni nel Paese lo scorso 8 novembre, i cui esiti avevano decretato vincitore la Lega Nazionale per la Democrazia (NDL), il partito fino a quel momento al governo con a capo la presidente uscente Aung San Suu Kyi, con l’83% dei voti.

Oltre alla leadership nazionale, l’Esercito ha anche arrestato più politici locali della NDL, attivisti e critici delle forze armate in tutto il Paese. Successivamente è stata quindi introdotta la legge marziale in più aree del Paese, imponendo un coprifuoco e un divieto di riunione per oltre cinque persone e la connessione ad Internet è stata ripetutamente interrotta e riattivata. Ciò nonostante, dal 6 febbraio scorso, la popolazione non ha mai smesso di protestare e, durante le manifestazioni, sono morte in totale 3 persone. Oltre a questo, è iniziato un movimento di disobbedienza pubblica dei lavoratori statali in vari settori dall’istruzione all’aviazione.  Il 16 febbraio, la leader Suu Kyi ha ricevuto nuove accuse riguardanti la violazione della Legge sui disastri naturali, oltre a quelle per l’importazione illegale di 6 walkie-talkie.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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