Afghanistan: appello dei talebani ai propri militanti

Pubblicato il 24 febbraio 2021 alle 17:14 in Afghanistan Asia

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I talebani hanno lanciato un appello ai membri del gruppo chiedendo di evitare di ospitare combattenti stranieri di altri gruppi militanti e di non consentirgli l’affiliazione. 

“Tutti i capi e i mujaheddin sono tenuti a evitare decisioni arbitrarie e a portare nei loro ranghi cittadini stranieri o ospitarli”, hanno dichiarato i rappresentanti dei talebani a Doha, il 23 febbraio, a seguito dell’ultimo incontro delle squadre negoziali impegnate nei colloqui preliminari ai negoziati di pace intra-afghani. Il gruppo ha avvertito i suoi combattenti che chiunque non rispetterà questo ordine verrà rimosso dal proprio incarico e le formazioni in questione potrebbero essere sciolte. Inoltre, i responsabili saranno deferiti “alla Commissione per gli Affari Militari per ulteriori punizioni”.

L’appello arriva quasi un anno dopo l’accordo con gli Stati Uniti, firmato a Doha il 29 febbraio 2020, che prevedeva proprio l’impegno a mettere fine ai rapporti con qualsiasi organizzazioni terroristica. Nonostante l’intesa, i talebani sono stati criticati dai funzionari afgani e statunitensi per aver mantenuto relazioni con al-Qaeda. Il gruppo aveva negato tali affermazioni. Tuttavia, le Nazioni Unite hanno ribadito a gennaio 2021 che ci sono tra i 200 e i 500 combattenti di al-Qaeda in circa 11 province afghane. L’accordo con gli Stati Uniti prevedeva anche la diminuzione delle violenze, ma anche questo punto sembra non essere stato rispettato. 

L’ultimo assalto dei talebani risale allo stesso 23 febbraio, quando un poliziotto è stato ucciso e altri 4 sono rimasti feriti nel distretto di Nurgaram, nella provincia del Nuristan. Gli scontri sono iniziati dopo che un gruppo di talebani armati ha attaccato un avamposto di sicurezza nel distretto, secondo quanto riferito dal concilio di anziani locale. Questi hanno avvertito che se non verranno inviati rinforzi nell’area, i talebani prenderanno il controllo del centro del distretto. I militanti islamisti e le autorità statali non hanno fornito ulteriori dettagli sull’assalto. 

La nuova amministrazione statunitense, guidata dal presidente Joe Biden, in carica dal 20 gennaio, deve gestire la delicata situazione che si è creata in Afghanistan. Lo stesso 20 gennaio, il nuovo segretario di Stato, Antony Blinken, aveva dichiarato che l’accordo del 29 febbraio 2020 con i talebani sarebbe stato riesaminato, prima di prendere decisioni riguardo alla posizione della Casa Bianca sulla permanenza delle proprie truppe sul territorio afghano. Il 31 gennaio, un rappresentante dei talebani aveva affermato che il gruppo militante islamista continuerà a “difendere il Paese”, se le forze armate straniere rimarranno in Afghanistan dopo maggio 2021. 

L’Afghanistan sta affrontando un momento particolarmente critico, a causa dell’aumento delle violenze sul campo, nonostante siano in corso i negoziati con i talebani, in Qatar. Il Paese subisce fortemente le divisioni derivanti dalla sua complessa storia. A seguito della fine del dominio dell’Unione Sovietica in Afghanistan, durato dal 1979 al 1989, i talebani avevano guadagnato il controllo di gran parte del Paese, intorno al 1998, ottenuto in seguito a una sanguinosa guerra civile combattuta contro varie fazioni locali. Nel 2001, in seguito agli attentati dell’11 settembre, gli Stati Uniti hanno invaso l’Afghanistan, accusato di essere la base logistica dalla quale al-Qaeda aveva pianificato gli attacchi contro gli USA e dove si era a lungo nascosto il leader dell’organizzazione, Osama bin Laden, sotto la protezione dei talebani. 

Dopo 19 anni di guerra, si è verificato un atteso sviluppo diplomatico, rappresentato dall’accordo USA-talebani di Doha, firmato il 29 febbraio 2020. Tuttavia, già durante i negoziati per finalizzare tale intesa, le violenze sul campo in Afghanistan sono cominciate ad aumentare, fino a diventare assalti quotidiani ad opera dei talebani, ma anche di altre organizzazioni tra cui lo Stato Islamico della Provincia del Khorasan. Gli Stati Uniti avevano chiesto di rispettare almeno 2 settimane di cessate il fuoco, con scarsi risultati. In ogni caso, l’accordo era stato sottoscritto, anche per via della pressione esercitata dall’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che aveva promesso più volte di mettere fine alle “guerre infinite” combattute dagli USA all’estero. 

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Maria Grazia Rutigliano

 

di Redazione

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