L’Italia, la Libia e lo scandalo delle armi ad Haftar

Pubblicato il 23 febbraio 2021 alle 11:33 in Il commento Italia Libia

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Che l’Italia sia riuscita a mantenere Tripoli è una specie di miracolo, a giudicare dai documenti riservati appena pubblicati dal “Washington Post”: l’amministrazione Trump, con grave danno per l’Italia, aveva chiuso gli occhi davanti alla vendita di armamenti, che avrebbero capovolto i rapporti di forza in favore del generale Haftar. Siamo nel giugno 2019 e l’assedio di Tripoli è in fase di stallo. Haftar, tramite al-Sisi, presidente dell’Egitto, ottiene il sostegno di Trump, che agisce nell’ombra giacché il governo di Tripoli è sostenuto dall’Onu e, ufficialmente, pure dalla Casa Bianca. Dunque, le armi americane devono essere vendute di nascosto, transitare in Giordania e poi a Bengasi. Al centro dello scandalo, arrivato al consiglio di Sicurezza, non c’è Trump, bensì Erik Prince, ma l’indagine intende anche verificare se Trump, di cui Prince è stato un grande finanziatore, abbia avuto un ruolo. Quali armi? Troppe, tra cui tre elicotteri d’assalto AH-1F Cobra, provvisti di granate e di mitragliatori: quei mitragliatori impressionanti a forma cilindrica che sparano proiettili grandi come barattoli di latta roteando a ciclo continuo. Tre elicotteri di tal fatta, e molto altro, avrebbero quasi certamente consegnato la città di Tripoli ad Haftar, ma questo sarebbe stato soltanto l’inizio di una grande mattanza perché, pur godendo di cotanta “forza celeste”, Haftar aveva pochissimi uomini a tenere la città e a noi corre l’obbligo di chiarire quali siano le implicazioni militari di un fatto gigantesco come questo, al fine di rendere evidente le sciagure evitate finora e i lutti che vivremmo, ove il processo di pace in Libia fallisse nuovamente. Ecco l’implicazione: Tripoli è una grande città, circa tre milioni di abitanti, ostile ad Haftar. Una grande popolazione e una grande ostilità sono i fatti da annotare per continuare a ragionare. E allora ragioniamo: per sottomettere una popolazione così ostile e numerosa, disponendo di pochissimi uomini in rapporto agli abitanti, un numero talmente piccolo da risultare grottesco agli occhi della storia universale, bisogna ricorrere a un uso spropositato del terrore. La ragione è semplice: per costringere mille persone a obbedire sotto il tiro di un fucile, occorre terrorizzare anche donne e bambini affinché gli uomini righino dritto, com’è capitato in tante città italiane, rastrellate dai nazisti. In breve: minore è il numero dei soldati per soggiogare una grande popolazione ostile, maggiore è l’uso del terrore. Per fortuna, il governo della Giordania bloccò la spedizione all’ultimo minuto.

Tutto questo induce a tre considerazioni. La prima è che l’opinione pubblica italiana deve tornare a occuparsi della Libia, dove il processo di pace ha bisogno di essere energicamente sostenuto. È vero che sono stati compiuti alcuni progressi importanti, ma c’è anche chi prepara alacremente la guerra, come conferma la grande trincea che i mercenari russi stanno scavando da Sirte verso la base aerea di al-Jufra, sede dei caccia di Putin. La seconda considerazione, ed è una pessima notizia, è che la Russia sembra muoversi per far naufragare la pacificazione nazionale, come ha già fatto in passato, temendo un esito contrario ai suoi interessi. Alla Turchia sta bene questa pace per fare buoni affari, mentre la Russia vorrebbe un’altra pace, che dovrebbe passare per una nuova guerra. La terza considerazione è che l’Italia deve ristrutturare le sue relazioni internazionali nel Mediterraneo, essendo i rapporti di forza in Libia cambiati irrimediabilmente. Se, in quel Paese martoriato, si è introdotta una schiera di Stati a farla da padrone, i partiti italiani non possono vivere in un mondo fantastico, che prefigura l’imminente ricostituzione dell’Impero Ottomano: siamo nel 2021 a Tripoli e non a Lepanto nel 1571. Il governo Draghi deve avviare una politica di amicizia con la Turchia, che abita accanto all’ambasciata italiana a Tripoli, e di apertura verso l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, e dovrebbe fare ciò legandosi fortemente all’Oman, il Paese su cui fare perno, per una serie di ragioni che questa rubrica intende presto sviscerare. La politica internazionale non è la politica interna, in cui si procede a colpi di “mi è simpatico/antipatico”. La politica internazionale è l’arena degli Stati. Qui si procede a colpi di “muoio/sopravvivo”.

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Alessandro Orsini

Articolo apparso nella rubrica domenicale di Alessandro Orsini per il “Messaggero”, riprodotto per gentile concessione del direttore

di Redazione

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