La Cina si difende sulla questione del Xinjiang

Pubblicato il 23 febbraio 2021 alle 19:18 in Cina USA e Canada

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Il Ministro degli Esteri Cinese, Wang Yi, il 22 febbraio, ha partecipato al 46esimo incontro del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite e ha affermato che, nel Xinjiang, non vi sia mai stato alcun caso di “genocidio”, “lavoro forzato” o “repressione religiosa” e che i commissari dell’Onu sono i benvenuti ad andare a visitare la regione.

Wang ha affermato che l’essenza della problematica del Xinjiang è una questione di lotta al terrorismo violento e al separatismo, aggiungendo che, nella regione autonoma del Xinjiang, la Cina ha attuato il “Piano d’azione per l’estremismo violento” elaborato dalle Nazioni Unite”, prendendo esempio da quanto fatto da altri Paesi e per portare avanti il lavoro di sradicamento del terrorismo, nel rispetto della “Strategia globale contro il terrorismo delle Nazioni Unite”.

Wang ha sottolineato che, grazie all’impegno delle persone appartenenti ad ogni etnia, per oltre quattro anni consecutivi, nel Xinjiang non si sono verificati casi di terrorismo violento. Nella regione, la società è sicura e stabile, lo sviluppo continua a progredire e le persone vivono e lavorano serenamente. Wang ha poi aggiunto che i lavoratori del Xinjiang di qualsiasi gruppo etnico scelgono la propria occupazione in base ai loro desideri, godono di diritti del lavoro e la loro libertà personale non è mai stata limitata. Nel Xinjiang, è poi rispettata la libertà religiosa delle persone appartenenti a qualsiasi etnia, nel rispetto della legge.

Le accuse ricevute dalla Cina di aver perpetrato “genocidio”, costretto persone ai “lavori forzati” o di aver eseguito “repressioni religiose”, per Wang, sono parole volte ad attirare attenzione, nate da ignoranza e pregiudizio. Il ministro cinese ha quindi affermato che: “La porta del Xinjiang è sempre aperta” e che tutti coloro che si sono recati nella regione hanno potuto constatare e verificare la verità in loco. Per questo, la Cina è pronta ad accogliere i commissario dei diritti umani dell’Onu in Xinjiang.

Gli USA, così come altri Paesi per lo più occidentali, hanno accusato la Cina di aver perpetrato danni ai diritti umani della minoranza turcofona e musulmana degli uiguri, e non solo, nella regione del Xinjiang, adottando politiche di repressione nei loro confronti che prevedono anche i lavori forzati. In base a stime di Human Rights Watch (HRW), poi, Pechino avrebbe rinchiuso almeno un milione di uiguri in campi rieducativi, avrebbe causato scomparse, torturato gli uiguri in custodia delle proprie autorità e portato avanti processi poi conclusi in sentenze di morte. Alcuni gruppi di attivisti hanno affermato che Pechino stia cercando di indottrinare gli uiguri con l’ideologia comunista facendoli rinunciare alle tradizioni islamiche, per cancellarne la cultura e l’identità.

Tutte tali accuse sono culminate lo scorso 19 gennaio, quando Washington ha accusato Pechino di genocidio e crimini contro l’umanità per il trattamento riservato agli uiguri e ad altre minoranze del Xinjiang, denunciando detenzioni, torture e casi di lavori forzati. Gli USA hanno adottato varie sanzioni contro soggetti cinesi, da aziende a politici, per la questione del Xinjiang.

Tra gli ultimi sviluppi, l’Unione europea (UE), da parte sua, il 23 febbraio, ha invece chiesto alla Cina di consentire all’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu, Michelle Bachelet, e a osservatori indipendenti di avere accesso alla regione Nella stessa giornata, il Parlamento del Canada ha passato una mozione non vincolante per designare il trattamento degli uiguri in Xinjiang come genocidio e ha chiesto al Comitato olimpico internazionale di non organizzare in Cina i giochi olimpici invernali del 2022.

Il governo di Pechino, però, ha sempre negato qualsiasi forma di oppressione nei confronti degli uiguri e ha giustificato l’istituzione dei cosiddetti “campi di educazione e addestramento” nel Xinjiang sostenendo che servano a frenare e arginare movimenti separatisti, violenti ed estremisti compiuti da alcuni membri della minoranza turcofona uigura nel Xinjiang. In particolare, per Pechino, tra gli uiguri vi sarebbero dei militanti coinvolti nell’organizzazione terroristica East Turkestan Islamic Movement (ETIM), fondata nel 1993 da gruppi di jihadisti di etnia uigura provenienti proprio dalla regione autonoma cinese del Xinjiang, il cui obiettivo sarebbe quello di istituire uno Stato islamico indipendente nel Turkestan dell’Est, termine utilizzato oggi dai separatisti per riferirsi al Xinjiang.

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Camilla Canestri, interprete di cinese e inglese

di Redazione

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