Iraq: i prezzi del greggio migliorano, annullato l’accordo di pagamento anticipato

Pubblicato il 23 febbraio 2021 alle 13:08 in Iraq Medio Oriente

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L’apparente crescita dei prezzi del petrolio ha spinto l’Iraq a congelare un accordo di pagamento anticipato, il primo nella storia del Paese, precedentemente contratto con la società cinese Zhenhua.

A darne notizia, è stato il ministro del Petrolio iracheno, Ihsan Abdul Jabbar, il quale ha evidenziato come il prezzo del Brent abbia raggiunto recentemente i 60 dollari al barile, il che non rende più necessario adottare un piano di pagamento anticipato, delineato per il timore che i prezzi di petrolio non sarebbero saliti oltre i 40 dollari. In tal caso, ad essere state minate sarebbero state anche le entrate di Baghdad. Nel motivare il cambiamento, Jabbar ha messo in luce non solo l’aumento dei prezzi del greggio, ma anche una maggiore stabilità del mercato petrolifero, messa in pericolo con la pandemia di Coronavirus e il crollo dei prezzi di petrolio.

L’Iraq aveva raggiunto un accordo quinquennale con la società commerciale statale cinese Zhenhua, dopo che questa aveva presentato l’offerta definita “più competitiva” nel corso di una gara d’appalto per l’acquisto di greggio iracheno indetta dalla compagnia irachena State Organization for Marketing of Oil (SOMO), responsabile del commercio di petrolio del Paese mediorientale, a cui avevano partecipato diversi attori del mercato petrolifero internazionale, tra cui raffinerie indiane e cinesi. L’accordo, della durata di cinque anni, prevedeva la fornitura di 130.000 barili di greggio iracheno di Bassora da gennaio 2021 a dicembre 2025. In cambio, la compagnia cinese si era impegnata, nel mese di dicembre 2020, a pagare 12 mesi di forniture, pari a circa 48 milioni di barili, che sarebbero state spedite tra luglio 2021 e giugno 2022, entro 30 giorni dalla firma del contratto. Nello specifico, la somma da erogare in anticipo era pari a 2.5 miliardi di dollari.

Tuttavia, tale intesa, il cui fine ultimo era rafforzare le finanze di Baghdad, è stata sospesa a soli due mesi dal raggiungimento dell’accordo preliminare.  “Abbiamo deciso di non attivare questa opzione”, ha dichiarato il ministro iracheno, senza, però, precisare se ad essere stato congelato è stato l’accordo nella sua interezza o soltanto alcune delle sue clausole.

I proventi derivanti dalle esportazioni di petrolio rappresentano oltre il 90% della base finanziaria dell’Iraq. Tuttavia, anche il Paese, membro dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di Petrolio (OPEC) ha risentito delle conseguenze del calo di prezzi di petrolio e dal successivo accordo OPEC+, con cui sono stati effettuati tagli alla produzione petrolifera. Stando ai dati riportati da SOMO, la produzione irachena è di circa 600.000 barili al giorno in meno rispetto al 2019. Il Paese ha prodotto 3,807 milioni di barili al giorno a gennaio, in calo rispetto ai 3,857 milioni di barili al giorno di dicembre. Tale cifra rappresenta il tetto massimo stabilito con l’ultimo accordo raggiunto dai Paesi OPEC+ per il periodo gennaio-marzo.

Un’altra questione toccata dal ministro Jabbar è quella riguardante il Kurdistan iracheno, una regione oggetto di tensioni con cui il governo di Baghdad anche per questioni petrolifere. In particolare, Erbil si era precedentemente rifiutata di fornire a Baghdad i 250.000 barili di petrolio al giorno da vendere attraverso la National Oil Company, previsti da un accordo raggiunto il 27 novembre 2019. A seguito di tale mossa, Baghdad ha deciso di sospendere gli stipendi per i dipendenti della regione, che ammontano a circa 300.000 ed includono altresì membri Peshmerga e delle forze di sicurezza. Tale clausola era stata stabilita con la legge di bilancio del 2019, secondo cui Baghdad si sarebbe occupata dei salari e avrebbe concesso il 7% del budget in cambio dei proventi della vendita dei 250.000 barili di petrolio.

Di fronte a uno scenario incerto, Jabbar ha affermato che i colloqui in corso tra il governo centrale di Baghdad e i team tecnici e finanziari curdi, riguardanti il bilancio federale per il 2021 e questioni petrolifere, potrebbero portare a un’intesa. A detta del ministro, le due parti avrebbero già concordato una “formula” , in base alla quale la regione consegnerà al governo federale il valore delle esportazioni di 250.000 barili al giorno, venduti al prezzo del petrolio stabilito da SOMO.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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