Iraq: ancora minacce per gli obiettivi statunitensi

Pubblicato il 23 febbraio 2021 alle 8:31 in Iraq USA e Canada

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Un nuovo attacco missilistico ha colpito la Green Zone della capitale irachena Baghdad, un’area fortificata sede di istituzioni governative e ambasciate, tra cui quella degli Stati Uniti.

Come riportato da al-Jazeera, sulla base delle informazioni fornite dalla Security Media Cell del Ministero della Difesa iracheno, l’episodio ha avuto luogo nella sera del 22 febbraio, quando due missili di tipo Katyusha hanno colpito la zona della capitale. A detta di fonti locali, invece, i missili sarebbero stati 3. Di questi, uno è caduto all’esterno dell’area fortificata. Un corrispondente di al-Jazeera ha riferito che le esplosioni sono state udite in tutta la Green Zone, il che ha attivato le sirene dell’ambasciata di Washington. Secondo quanto dichiarato da fonti della sicurezza irachena, inoltre, uno dei missili è precipitato proprio nelle vicinanze della rappresentanza statunitense, mentre un altro sarebbe caduto nei pressi dell’edificio della presidenza irachena. Al momento, non sono state riportate vittime, ma le autorità irachene hanno riferito di stare ancora conducendo indagini.

Stando a quanto precisato dal quotidiano al-Araby al-Jadeed, quello del 22 febbraio è stato il primo attacco alla Green Zone dopo circa due mesi. La calma apparente aveva lasciato pensare a una tregua non annunciata tra gli USA e le fazioni armate filoiraniane attive in Iraq, ritenute responsabili degli attentati susseguitisi sin dal mese di ottobre 2019. Ora, però, la sicurezza della capitale sembra nuovamente vacillare.

Inoltre, l’attacco contro la Green Zone rappresenta il terzo attentato simile in una settimana contro obiettivi statunitensi situati in Iraq. L’ultimo episodio risale al 20 febbraio, quando quattro missili Katyusha hanno colpito la base aerea di Al-Balad, situata 80 km a Nord della capitale irachena Baghdad, nella provincia di Salah al-Din, provocando il ferimento di un civile iracheno. Al-Balad, inoltre, ospita la sede locale di Sallyport, un’azienda di difesa statunitense che si occupa di aerei da combattimento e che, al momento, ha 46 impiegati in loco, i quali forniscono servizi di sostegno al programma di jet F-16 dell’Iraq.

Prima del 20 febbraio, un altro obiettivo legato a Washington oggetto di attacco è stato l’aeroporto di Erbil, nel Kurdistan iracheno. In particolare, il 15 febbraio, un attacco missilistico ha colpito i pressi di una base aerea della coalizione anti-ISIS a guida statunitense. Il bilancio delle vittime include un civile, un “contractor” straniero, deceduto, e almeno 6 feriti, tra cui un soldato statunitense. L’attacco è stato successivamente rivendicato da un gruppo soprannominato Saraya Awlia al-Dam, ovvero i “Guardiani delle Brigate di Sangue”, le quali hanno riferito che il reale obiettivo era rappresentato dalla presenza statunitense in Iraq e che, pertanto, il loro attentato era da considerarsi una forma di vendetta per la morte dei leader martirizzati. In tale quadro, il gruppo ha riferito di aver lanciato 24 razzi contro la base statunitense di al-Harir, situata a circa 60 km a Nord-Est di Erbil, definita la base USA più vicina all’Iran. Tuttavia, i numeri contrastano con quanto rilevato dalle forze di sicurezza irachene.

A partire dal mese di ottobre 2019, le basi e le strutture statunitensi in Iraq sono state oggetto di più di 30 attacchi, portando Washington a minacciare una ritorsione contro le milizie irachene filoiraniane, con riferimento alle cosiddette Brigate di Hezbollah, ritenute responsabili di diversi attentati. Uno degli ultimi episodi più rilevanti risale al 20 dicembre 2020, quando l’esercito iracheno ha riferito che un gruppo di “fuorilegge” ha colpito con missili la Green Zone di Baghdad, un’area fortificata sede di istituzioni e ambasciate, tra cui quella di Washington.

Ad oggi, l’Iran continua a chiedere vendetta per la morte del generale iraniano della Quds Force, Qassem Soleimani, e del vicecomandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, Abu Mahdi al-Muhandis, uccisi, il 3 gennaio 2020, a seguito di un raid ordinato dall’ex presidente statunitense, Donald Trump, contro l’aeroporto internazionale di Baghdad. Tale episodio è stato considerato l’apice delle tensioni tra Washington e Teheran sul suolo iracheno.

 

 

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Piera Laurenza, interprete di arabo

di Redazione

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